La CTU in tempi di Covid19

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Sono state pubblicate le Linee Guida metodologiche per lo svolgimento delle Consulenze Tecniche in questo periodo di grande difficoltà operativa.

Il documento è stato redatto dall’Associazione Clinici Forensi per le Famiglie.

1. VALUTAZIONE PERITALE E GESTIONE DEL RISCHIO

Le misure sanitarie imposte dall’emergenza Covid-19 si protrarranno verosimilmente oltre la progressiva cessazione delle restrizioni. Il lavoro del CTU dovrà pertanto svolgersi in condizioni che impongono una attenta riflessione metodologica.
Alcune precisazioni relative alla situazione e alle indicazioni condivise su scala nazionale appaiono cruciali e debbono essere ribadite per una definizione della “cornice” sanitaria entro la quale si collocano e prendono senso le presenti considerazioni.
Il rischio di infezione potrebbe restare alto nella popolazione generale per molti mesi e verosimilmente sarà difficile avere certezza della “negatività” al virus da parte dei cittadini.
Le nostre professioni (psichiatri e psicologi) sono giudicate a rischio relativamente moderato poiché non implicano di norma un contatto fisico diretto o prossimo e possono, in teoria, essere svolte mantenendo una certa distanza.
Tuttavia, sappiamo che la “carica virale”, cioè la quantità di virus inalati, è un fattore probabilmente critico per determinare il rischio di contagio e di malattia anche in forma grave. Il posizionamento di mascherine, specie se approssimativo o con mascherine di qualità scadente, può non proteggere a sufficienza soggetti che condividano un ambiente ristretto per molti minuti o per ore (com’ è il caso di incontri peritali). L’utilizzo dei guanti è necessario e deve avvenire in modo corretto, ma non è di per sé una misura di totale garanzia dal contagio. Infine, la sanificazione accurata di ambienti (gli studi peritali) che normalmente non sono concepiti per avere una forte connotazione sanitaria (negli arredi, nei materiali, negli oggetti disponibili), rischia di essere complessa.
Infine, non si può dimenticare che la stessa richiesta di svolgere un incontro “in presenza” comporta per i periziandi un rischio ulteriore, difficilmente computabile, connesso allo spostamento verso lo studio del CTU.

Nella sua veste di Pubblico Ufficiale il CTU ha un ruolo investito di oneri e doveri che non sono riducibili ai contorni “individuali” dell’espletamento della perizia, ma si collocano appieno entro quegli “atti pubblici” che debbono rispondere a criteri di interesse collettivo e massima cura della salute dei cittadini. La maggiore o minore propensione personale del CTU ad assumere e accettare l’inevitabile residua quota di rischio per sé non può e non deve essere confusa con il dovere preciso di ogni Pubblico Ufficiale di operare con la massima responsabilità civica nei confronti della collettività.
Questo, del resto, è l’orientamento prevalente di molti diversi pronunciamenti Pubblici di Enti o realtà istituzionali, che sollecitano una procrastinazione della ripresa delle attività in presenza e invitano a predisporre modalità peritali
alternative.
L’Associazione, tenute presenti le direttive degli Ordini Professionali degli Psicologi e dei Medici sull’attività professionale privata, ha aperto pertanto un confronto tra i Soci sulla specificità del lavoro peritale nell’ambito della famiglia al fine di offrire spunti di riflessione sia sul piano clinico che metodologico, analizzando nello specifico il tema della valutazione dell’adulto, del minore, della relazione genitorifigli e dell’approfondimento psicodiagnostico in questo ambito forense.
La riflessione riguarderà anche l’effettiva possibilità di fornire, in queste circostanze, risposte sufficientemente esaustive ai quesiti dei Giudici.

2. INCONTRI IN PRESENZA

La riflessione sulla possibilità di svolgere le operazioni peritali in presenza deve tenere conto delle premesse, con particolare riguardo:

a) al persistente elevato rischio di contagio nel prossimo periodo, per un arco temporale allo stato non definibile;

b) all’impossibilità di annullare tale rischio anche con l’ implementazione accurata dei mezzi atti a ridurlo (mascherine, guanti, igiene, ecc.);

c) alla difficoltà intrinseca di gestire i mezzi di contenimento specie con i minori (assicurarsi che gli stessi ne facciano uso correttamente e rispettino il distanziamento e le norme);

d) alla difficoltà di sanificare studi normalmente non concepiti per processi di sanificazione accurati o non sufficientemente spaziosi per garantire le distanze di sicurezza.

RACCOMANDAZIONE Si ritiene che lo svolgimento di perizie “in presenza” debba essere limitato il più possibile a situazioni considerate urgenti (cfr. infra “Casi speciali”) e comunque deciso in modo condiviso per iscritto con CCTTPP, Avvocati e Parti.

2.1. ADULTI

Gli incontri “in presenza” con gli adulti potrebbero essere indicati nelle condizioni oltre elencate in “Casi speciali”. Essi dovranno avvenire con l’uso di mezzi di protezione (mascherine, guanti, distanza, sanificazione ambienti, norme igieniche).
Potrebbe essere utile dotare lo studio di schermi di plexiglass o vetro da frapporsi tra CTU e periziando per aumentare il livello di protezione.
Il CTU dovrà tenere conto dell’interferenza dei dispositivi di protezione individuale sull’interazione con i periziandi – che risulta in questo senso “mediata” – nonché sulla valutazione, perché i dispositivi precludono parzialmente la possibilità di raccogliere informazioni di tipo non verbale. Per esempio: la mascherina non consente  all’esperto di apprezzare la mimica e la sua congruenza con il contenuto o di valutare la capacità del periziando di cogliere i segnali emotivi dell’interlocutore; l’imposizione di posti assegnati non consente di apprezzare come il periziando regoli le distanze fisiche, ecc.
È sconsigliabile l’esecuzione di incontri collegiali, per cui gli eventuali CCTTPP potrebbero assistere all’incontro individuale CTU-adulto con modalità online.
Tuttavia, in questi casi, si porrebbero ulteriori difficoltà rispetto all’esecuzione di alcuni colloqui (congiunti, familiari) e rispetto al contraddittorio tecnico, dal momento che anche un eventuale collegamento a distanza dei consulenti di parte potrebbe non metterli in grado di beneficiare della medesima accuratezza esplorativa del CTU.

2.2. MINORI

Si impongono le medesime limitazioni e problematiche sopradescritte relative alla gestione del contatto, alla riduzione del rischio e alle interferenze dei mezzi di protezione e delle misure igieniche nella gestione e fruibilità del contatto peritale.
In particolare, negli incontri in presenza, l’utilizzo dei dispositivi di sicurezza entra nel setting creando una distanza e un filtro nelle manifestazioni non verbali della soggettività di ciascuno.
D’altro canto, però, la gestione dei dispositivi di sicurezza potrebbe fornire un utile campo di osservazione rispetto alla capacità del minore di rispettare le regole e i limiti e, contemporaneamente, alla capacità del genitore di esercitare una stabile e positiva funzione normativa. È importante dedicare un breve tempo a chiedere al genitore di occuparsi delle regole di protezione in modo che non ci siano interferenze durante il colloquio, ma anche, come già detto, per sondare la capacità di tenuta di minori e adulti sulle regole. Occorre comunque tenere conto del fattore imprevedibilità, ovvero della possibilità che nonostante le buone intenzioni si verifichino gesti impulsivi o comportamenti non controllabili dal CTU.
Prima di incontrare il minore vis-à-vis con i dispositivi di sicurezza potrebbe essere utile effettuare un momento di presentazione on line, dove sia il CTU che il minore si possano guardare almeno una volta a viso scoperto.

2.3. CASI SPECIALI

In alcuni casi particolarmente urgenti che si ritiene non possano essere esaminati con modalità on line si dovrà verificare la disponibilità delle parti a una valutazione “in presenza” concordandola con i CCTTPP e i legali. L’urgenza e la necessità di incontri in presenza deve essere motivata da criteri clinici.

3. INCONTRI ON LINE

Lo svolgimento delle operazioni peritali attraverso piattaforme di comunicazione a distanza consente di annullare i rischi di contagio. Tuttavia anche questa modalità presenta vincoli e controindicazioni che valgono sia per gli incontri con gli adulti che con i minori:

• sia il CTU che il periziando e i CCTTPP debbono disporre di una connessione a banda larga, di competenza nell’utilizzo del mezzo e protezione del dispositivo utilizzato da attacchi informatici;

• il periziando dovrebbe trovarsi in un ambiente isolato dagli altri familiari e possibilmente neutrale, rispettoso di ogni opportuna esigenza di privacy. Il problema della privacy è particolarmente pregnante nel caso dei colloqui individuali con i minori e delle osservazioni dei minori (cfr. infra);

• la garanzia che non siano presenti terzi non autorizzati dovrà essere autocertificata, ma non potrà essere verificata dal CTU;

• non è possibile escludere che terzi forniscano al periziando commenti e suggerimenti;

• la valutazione da remoto comporta possibili limitazioni intrinseche dell’accuratezza esplorativa. Esse possono riguardare:

  • o la corretta determinazione della qualità della cura del sé e della gestione dell’assetto posturale (in relazione a sé e alle altre persone presenti nell’ambiente), che è componente utile alla comprensione dell’adattamento sociale; eventuali aspetti reattivi e impulsivi nei confronti del CTU e degli altri consulenti;
  • o un pieno apprezzamento degli aspetti non verbali della comunicazione, delle forme espressive delle emozioni, anche in relazione agli stimoli ambientali contingenti, nonché degli aspetti empatici della comunicazione;
  • o un pieno e libero accesso a una relazione dialogica fluida come è proprio degli incontri “in presenza” e una corretta determinazione degli aspetti formali della produzione linguistica;
  • o nel caso degli incontri congiunti con l’altro genitore, la qualità delle disposizioni relazionali, empatiche e comunicative.

RACCOMANDAZIONE: È indispensabile che il CTU si impegni a tenere conto di tali possibili limitazioni sia nella gestione dei colloqui sia nella formulazione delle conclusioni in risposta al quesito. In sede di giuramento il CTU si riserverà di comunicare l’adozione di ogni misura atta a ridurre il rischio di contagio, ivi inclusa la possibilità di condurre la valutazione peritale tutta o in parte on line, precisando le criticità insite in ciascuna modalità.

3.1. ADULTI

Valgono le considerazioni fin qui svolte.
In generale le limitazioni appaiono interferenti ma non tali da impedire, in linea di principio, lo svolgimento di una valutazione esaustiva. Casi particolari potrebbero tuttavia costituire un ostacolo importante alla valutazione a distanza.
In particolare:

• rifiuto dell’adulto/ genitore a svolgere colloqui a distanza;

• impossibilità dell’adulto/genitore ad accedere a, o utilizzare, mezzi di connessione digitale congrui;

• esistenza di condizioni psicopatologiche tali da ostacolare la possibilità di svolgimento di un colloquio on line entro criteri minimi di accuratezza (es. agitazione, irrequietezza motoria, gravi deficit visivi, incapacità di
intraprendere una comunicazione a distanza, gravi disturbi della comunicazione e/o dell’ideazione, della personalità o dell’umore ecc.).

3.2. MINORI

Valgono le considerazioni fin qui svolte. L’osservazione online potrebbe risultare tuttavia per certi aspetti più “naturalistica”, poiché avviene in un ambiente familiare per i minori, libero da alcuni aspetti di scarsa spontaneità correlati all’adattamento a un ambiente estraneo. In tal senso, dunque, l’osservazione on line potrebbe essere caratterizzata da una minore interferenza da parte del CTU.
D’altra parte, però, la presenza solo virtuale del CTU riduce la sua possibilità di intervento e introduce un elemento di staticità che limita la possibilità di interazione con il minore.
La limitazione del campo visivo (focus della telecamera) impedisce l’osservazione di tutto ciò che accade fuori dal campo stesso. Potrebbero risultare non osservabili degli elementi fisici (parti del corpo), degli elementi espressivi, degli elementi relazionali (scambi fuori campo). Ciò comporta una inevitabile limitazione quantitativa, di cui il CTU deve tenere conto, degli elementi osservabili.
Il “fuori campo” può essere considerato maggiormente interferente con l’osservazione del bambino piccolo per motivi fisiologici (attivazione psicomotoria); potrebbe invece interferire meno con l’osservazione dei ragazzini più grandi, ferme restando le considerazioni già sopra esposte.
La posizione da remoto potrebbe rendere necessaria la modifica del numero e della durata degli incontri (più incontri di durata più breve) per aumentare la significatività dell’osservazione.

3.3. OSSERVAZIONE DELLA RELAZIONE GENITORE-FIGLIO

La posizione da remoto può limitare la possibilità di valutare alcuni elementi determinanti per l’osservazione della qualità della relazione, incidendo sui processi inferenziali. Essa riduce inoltre alcune funzioni garantite dalla presenza fisica del CTU, come la funzione organizzativa, la funzione orientativa e la funzione di contenimento (da intendersi in senso psichico e relazionale).
Per compensare tali limitazioni potrebbe essere utile ricorrere a una maggiore strutturazione delle diverse fasi di osservazione e valutazione.
Alcune qualità e competenze genitoriali si possono rilevare nell’interazione genitorifigli anche da remoto: la capacità di farsi ascoltare, di assumere una posizione autorevole, di parentificazione.

3.4. OSSERVAZIONE INDIVIDUALE CON IL MINORE ( BAMBINI 0-5 ANNI)

Anche in remoto va dedicata grande attenzione alla scelta delle modalità operative a seconda delle diverse fasce di età.
Può essere utile una maggiore strutturazione dell’incontro, soprattutto con i più piccoli rispetto all’ organizzazione dell’ambiente, del materiale e degli stimoli, che devono essere specifici per le fasce di età.
Sul piano operativo, occorrerà prevedere come organizzare la presenza del genitore.

3.5. COLLOQUIO INDIVIDUALE CON IL MINORE – ASCOLTO DELEGATO

Il CTU dovrà valutare con attenzione le modalità di preparazione all’incontro tenendo conto delle variabili modificate dalla presenza dello strumento ’remoto’.
I contenuti portati dal minore potrebbero essere molto influenzati da elementi contestuali, fattuali e concretamente presenti, fuori dal campo osservativo del CTU.
Il tema della privacy diventa ancor più cruciale dal momento che il CTU non può avere alcun tipo di conoscenza/controllo/gestione dell’ambiente (stanza occupata da altri; porta chiusa o aperta, ecc.).
Il CTU non può garantire l’intimità e l’unicità della relazione di ascolto e nel caso dei minori questo aspetto potrebbe essere particolarmente rilevante in ispecie per i colloqui finalizzati all’ascolto delegato eventualmente disposto dal Giudice.
Da remoto si può cercare di mettere a fuoco il punto di vista del minore su alcuni aspetti della sua vita; si può realizzare un ascolto parziale, ma difficilmente si potrà realizzare un ascolto fiduciario.

3.6. VISITE DOMICILIARI E COLLOQUI CON EDUCATORI, INSEGNANTI, SERVIZI

La visita domiciliare può essere considerata non opportuna in questa fase di emergenza, né indispensabile per completare la conoscenza del minore da parte del CTU.
Gli incontri con le agenzie educative, terapeutiche, socio-assistenziali, se ritenuti utili a completare la valutazione, potranno essere svolti in remoto.
Si dovrà invece riflettere su tutta l’area dell’intervento post-CTU (ADM, spazio neutro, ecc.) e sulla sua fattibilità nell’evoluzione della fase di emergenza.

3.7. UN NUOVO SPAZIO DI LAVORO PER SITUAZIONI DI RIFIUTO?

La “distanza ravvicinata” imposta dalla comunicazione da remoto può rivelarsi una variabile interessante. Si pensi ad esempio alle situazioni di rifiuto di un genitore da parte del minore: la presenza del genitore rifiutato può essere così introdotta in modo graduale, in uno spazio di parola che garantisce al contempo la distanza fisica.

RACCOMANDAZIONE: Nei colloqui sia con i minori che con gli adulti occorre tenere in considerazione il fattore stressogeno del Covid. Esso potrebbe infatti amplificare alcune caratteristiche di funzionamento, nonché alcune dinamiche relazionali. Occorrerà dunque focalizzare eventuali cambiamenti intercorsi a seguito dell’epidemia e delle misure che ha comportato.

4. VALUTAZIONE PSICODIAGNOSTICA ON LINE: LIMITI E POSSIBILITÀ

4.1. ASSESSMENT ED EMERGENZA SANITARIA: COME FARE

In seguito a valutazione scrupolosa del CTU incaricato e del testista, dalla quale emerga che rimandare il test non sarebbe, per vari motivi, tutelante nei confronti del periziando, occorre determinare se sia possibile, per quel soggetto, sostenere la prova da remoto o sia maggiormente raccomandabile un incontro di persona.
Sia che si proceda alla somministrazione del test di persona che da remoto, occorrerà adattare il setting valutando l’impatto delle modifiche sull’attendibilità testale, ma soprattutto cercando di comprenderne il significato clinico all’interno della valutazione complessiva del test. Ancor più di quanto avvenga di prassi, l’inquadramento clinico del periziando è indispensabile per:

• rinforzare l’alleanza tra periziando e psicologo testista in una situazione potenzialmente ansiogena, spiegandone la necessità e il senso;

• mitigare alcuni dati emergenti dal test che potrebbero essere sovrastimati su base situazionale. Nel contesto di una valutazione multi-metodo (Hopwood e Bornstein, 2014) che comprende il funzionamento storico e attuale, i testisti dovrebbero aver cura di evitare errori di attribuzione nel concludere che i risultati indichino tratti quando invece possono essere risposte reattive a circostanze insolite.

È dunque indispensabile che il test o la batteria di test vengano preceduti da un colloquio informativo che potrà essere condotto con il solo periziando, nel caso di adulti e adolescenti, o preceduto da un incontro con i genitori, nel caso di minori.
Proponiamo alcuni suggerimenti per la conduzione del colloquio esplorativo, integrando le indicazioni dell’American Psychological Association (Banks e Butcher, 2020):

• spiegare il senso delle modifiche ambientali, raccogliendo il feedback del periziando in relazione all’età e i suoi vissuti rispetto al nuovo setting;

• informarsi sull’impatto della pandemia e delle relative disposizioni restrittive nella vita quotidiana del periziando;

• indagare l’eventuale coinvolgimento personale/familiare/di vicinato/scolastico/amicale nell’infezione da coronavirus: gravità della forma infettiva ed esiti;

• verificare modificazioni della quotidianità: cambiamenti della routine (è stato possibile mantenere una routine? come si svolge la giornata?);

• esplorare la qualità dei rapporti con i coabitanti (partner, genitori, fratelli, figli);

• domandare se sono stati mantenuti e, se sì in che modo, i rapporti a distanza con le altre figure significative (altro genitore, nonni, zii, insegnanti, compagni di scuola);

• chiedere come viene percepita la qualità del proprio umore e del proprio vissuto rispetto alla situazione esistenziale da parte del periziando, se è un adulto o un adolescente;

• indagare come viene percepita la qualità dell’umore e del vissuto del minore da parte del genitore e come vive il genitore stesso la propria condizione esistenziale del momento.

4.2. SOMMINISTRAZIONE ONLINE

Nel caso si decida per la somministrazione on line, sia tramite piattaforma appositamente ideata dalle case editrici specializzate, sia tramite presentazione delle tavole con condivisione dello schermo, occorrerà preliminarmente
determinare se il soggetto sia in grado di affrontare la prova mantenendo la concentrazione e l’attenzione al compito, anche previa osservazione, specialmente nel caso di minori.
La valutazione tramite test, con maggiore enfasi nel caso di somministrazione online, è raccomandata per bambini al di sopra dei sette anni. Al di sotto di questa  età l’applicazione dei test è a stretta discrezione del clinico. In ogni caso è bene prevedere la possibilità di interrompere e riprendere dopo qualche tempo di riposo la presentazione del materiale testale o di completare la prova in sedute diverse.
È buona norma concordare con il genitore presso cui il bambino è collocato al momento dell’esame alcuni accorgimenti. Integrando quelli indicati dall’American Psychological Association (Banks e Butcher, 2020) e dalla Inter Organizational Practice Committee (2020) si suggerisce quanto segue:

• il bambino dovrebbe seguire la tipica routine mattutina scolastica / di apprendimento nel giorno del test;

• il bambino dovrebbe svegliarsi almeno un’ora prima del test, fare colazione e/o assumere i farmaci prescritti (laddove previsto);

• il genitore dovrebbe provvedere a rimuovere dalla stanza in cui si svolgerà l’esame giocattoli, altri schermi, dispositivi elettronici non necessari, animali domestici, per evitare ogni occasione di distrazione;

• allo scopo di evitare ulteriori distrazioni conviene oscurare il riquadro nel quale il periziando può vedere se stesso;

• il genitore dovrebbe garantire che lo spazio in cui avviene la somministrazione sia adeguato alla sua esecuzione (stanza, tavolo, scrivania);

• il testista dovrà informare il genitore che il bambino eseguirà i test in autonomia, con la supervisione video del testista;

• il testista dovrà sensibilizzare l’adulto alla necessità di limitare e controllare le interferenze da parte dell’ambiente circostante e mantenere la riservatezza dell’incontro, proteggendo lo spazio della consultazione da irruzioni di altri adulti o bambini;

• al contempo, verrà chiesto al genitore di rimanere in stretta prossimità e disponibile telefonicamente per il testista in caso di necessità.

Fatte queste considerazioni, i CTU dovrebbero valutare i benefici e i limiti della presenza dei genitori, particolarmente in ragione del contesto giuridico e potenzialmente conflittuale nel quale la consultazione, nel caso di specie, si svolge.

4.3. QUALI TEST SONO SOMMINISTRABILI DA REMOTO

È acquisito in letteratura (inter alia: Di Nuovo, Inturri e Longo, 2014; Erard e Evans, 2016) che un assessment multi-metodologico, composto da test differenti (selfreport, performance-based, narrativi, cognitivi, ecc.) permette di acquisire informazioni più articolate e attendibili del funzionamento delle persone. Tuttavia, nella condizione attuale è preferibile una batteria ristretta di test, che non richiedano tempi di compilazione eccessivamente lunghi; ciò al fine di contenere tempi e capacità attentiva.
Pertanto, verranno fornite informazioni solo sui test che rispondono ai criteri sopra esposti.
Per esigenze diagnostiche particolari/specifiche (es. test che valutano ansia, depressione o test di livello) si suggerisce di visitare le piattaforme delle rispettive case editrici (Giunti, Hogrefe) per vagliare quelli disponibili e individuare quali siano somministrabili da remoto e quali solo in presenza.
Difatti, per alcuni test, i suddetti editori mettono a disposizione piattaforme che consentono la compilazione on-line. Nel contesto forense riteniamo importante che il testista avvii una videochiamata con l’esaminando nel corso della quale verrà:
1. condiviso lo schermo del computer, così da poterne visualizzare la compilazione;
2. inclusa in un riquadro la vista personale dell’esaminando e il contesto in cui si trova a compilare il test, in modo da garantirne l’autenticità.

Questionari self-report per la valutazione della personalità:
Adulti
PAI – Personality Assessment Inventory (Hogrefe Editore)
NEO-PI-3 – NEO Personality Inventory-3(Hogrefe Editore)
MMPI-2-RF Minnesota Multiphasic Personality Inventory – 2 Restructured Form (Giunti Psychometrics)
MCMI-III MillonClinicalMultiaxial Inventory – III (Giunti Psychometrics)
PSI-4-SF Parenting Stress Index – Fourth Edition (Giunti Psychometrics)

Adolescenti
NEO-FFI-3 – NEO Five Factory Inventory-3 (Hogrefe Editore)
MMPI-A Minnesota MultiphasicPersonality Inventory Adolescent (Giunti Psychometrics)

Per andare direttamente al portale di accesso della sezione online di:
• Giunti Psychometrics (https://www.internet-test.it/toIndex.do)
• Hogrefe (https://www.hogrefe-online.com/HTSEnvironment/main)

Per quanto riguarda il test di Rorschach non si ravvisano le condizioni ottimali per la somministrazione da remoto, pertanto è preferibile rimandare la somministrazione o svolgerla in presenza.
Nell’ambito dell’utilizzo del Rorschach la comunità scientifica individua due posizioni differenti. Secondo R-PAS, la somministrazione in remoto sarebbe possibile con una serie di accorgimenti precisi e dettagliati (Meyer et al., 2020) che la rendono comunque molto complessa.
Il Rorschach, per la qualità specifica del materiale, per la complessità della somministrazione (spontanea, inchiesta) e per l’insieme dei non test factors rappresenta un evento particolarmente informativo nell’ambito dei test
performance based.
Nell’ambito di assessment clinici, la maggiore alleanza con il paziente, motivato a comprendere gli aspetti critici del proprio funzionamento, favorisce l’apertura e la collaborazione nel fornire risposte, nel dare spiegazioni alle domande dell’inchiesta, nell’interagire più liberamente con il clinico e aiutarlo a chiarirsi eventuali dubbi su aspetti della siglatura.
In ambito forense, invece, non si può dimenticare che, malgrado l’approccio del testista possa essere empatico, le persone si trovano in un oggettivo “conflitto di  interessi”, incerte se aprirsi e farsi conoscere tramite i test o proteggersi dai test su cui non hanno controllo, come il Rorschach, dando protocolli chiusi e difensivi. La somministrazione in remoto diminuirebbe la possibilità di costruire la maggiore collaborazione possibile in contesto forense e l’osservazione dei non test factors rilevabili più chiaramente in presenza.
In attesa di una letteratura scientifica che dia indicazioni chiare e accreditate, è preferibile una somministrazione in presenza rispetto al remoto.
Per test di contenuto o narrativi, come il Blacky Pictures Test, il Thematic Apperception Test (TAT), il test di Roberts-2, Parents Preference Test (PPT), Wartegg (CWS), Separation Anxiety Test (SAT) e Test grafici si ritiene possibile la somministrazione da remoto. In questo caso sarà il testista a mostrare le tavole al periziando attraverso la condivisione del proprio schermo, come indicato dall’American Psychological Association (Wright, Mihura, Pade e McCord, 2020).
Per ciò che concerne le interviste semi strutturate come AAI, PAS, PSI la metodologia di somministrazione è compatibile con la somministrazione da remoto.
Le soluzioni alternative fin qui evidenziate per quanto riguarda la modifica dei materiali e delle procedure dei test per ovviare al distanziamento fisico non devono compromettere la sicurezza dei test. Per questo motivo l’invio di materiali stimolo non è una soluzione praticabile, a meno che non sia approvato dall’editore del test nelle modalità sopra indicate. Eventualmente, la condivisione dello schermo da parte del testista può essere attuabile, poiché è più protettiva della sicurezza dei test.
Il testista, a maggior tutela del contesto, è invitato a produrre un’informativa al periziando relativa al divieto di registrare o fotografare il materiale somministrato o di audio/videoregistrare l’incontro.
I software di videochiamate informano i partecipanti quando uno degli utenti sta effettuando la registrazione schermo o limitano questa funzione all’Host della chiamata.
La piattaforma utilizzata può essere considerata responsabile esterno dei dati in quanto s’impegna a garantire protezione della riservatezza. Solo le piattaforme a pagamento permettono queste garanzie.

4.4. SOMMINISTRAZIONE IN PRESENZA

Nel caso in cui, dopo attenta e scrupolosa valutazione, si ritenga essenziale e improrogabile la somministrazione in presenza, sarà possibile somministrare tutti i test.
Tuttavia, sarà necessario attuare alcuni accorgimenti, fermo restando il dovere al rispetto delle precauzioni indicate dall’Autorità competente, per cui:

• Periziando e testista dovranno garantire la distanza di sicurezza prevista dalle disposizioni di legge al momento della somministrazione del test, eventualmente interponendo la scrivania tra di loro. Questo vale anche per la somministrazione il test del Rorschach, così come indicato anche dagli autori R-PAS (Meyer et al., 2020). Per questo motivo, in ogni caso in cui la somministrazione venga fatta a bambini sarà necessario valutare ulteriormente di volta in volta la capacità di restare seduti alla scrivania. In questo senso, è bene preparare i genitori affinché diano al bambino istruzioni precise, oltre a creare un momento in cui anche il testista spieghi i motivi per cui è necessario mantenere la distanza (es. “facciamo il gioco di stare lontani”);

• Entrambi dovranno indossare mascherine e guanti;

• Il testista procederà alla disinfezione del materiale testale e rassicurerà il periziando dell’avvenuto rispetto delle procedure di sanificazione.

• Si consiglia di posizionare un cartello ben visibile all’ingresso dello studio per avvisare i pazienti della necessità di disinfettare le mani e indossare i guanti messi a disposizione dallo psicologo.
Dopo aver proceduto al colloquio esplorativo in merito alla situazione attuale il testista informerà il periziando della possibilità di procedere secondo due modalità  all’esecuzione del test: il materiale testale viene sottoposto dal testista secondo la classica modalità di somministrazione, oppure, per coloro che vivono con disagio anche questo minimo contatto, il materiale testale viene inserito all’interno di un contenitore posizionato sulla scrivania così che sia il periziando, in modo autonomo, a manipolarlo.

La Carta dei Diritti dei Figli nella separazione dei genitori

copertina carta diritti figli separazione

Pochi giorni fa è stata presentata a Roma la “Carta dei Diritti dei Figli nella separazione dei genitori”. A farlo è stata l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza Filomena Albano. Il documento presenta 10 punti fermi che individuano altrettanti diritti di bambini e ragazzi alle prese con un percorso che parte dalla decisione dei genitori di separarsi.

I principi fondanti della Carta sono ispirati alla Convenzione Onu sui diriti dell’infanzia e dell’adolescenza.

Così ha detto l’Autorità garante: “I bambini ed i ragazzi hanno diritto a preservare le relazioni familiari, a non essere separati dai genitori, a mantenere rapporti regolari e frequenti con ciascuno di essi e, soprattutto, ad essere ascoltati su questioni che li riguardano“.

Per la stesura della Carta sono stati ascoltati i ragazzi che fanno parte della Consulta dell’ Agia, oltre ad esperti del settore giuridico, sociale, psicologico e pedagogico.

Il documento sarà inviato alle agenzie educative, ai consultori, ai tribunali, agli ordini professionali ed alle associazioni.

Il documento promuove la centralità dei figli proprio nel momento della crisi di coppia. I genitori, pur se separati, non smettono di essere genitori. Ogni genitore deve poter rappresentare un faro, un riferimento, la prima persona a cui il figlio pensa di rivolgersi in caso di difficoltà e per condividere gioia ed entusiasmo. Affinchè si possano aiutare i figli, bisogna renderli consapevoli che nel cuore e nella testa dei genitori c’è un posto speciale per loro.

Ecco, in sintesi, i 10 punti/diritti presenti nella Carta:

  1. I figli hanno il diritto di continuare ad amare ed essere amati da entrambi i genitori e di mantenere i loro affetti;
  2. I figli hanno il diritto ad essere figli e di vivere la loro età;
  3. I figli hanno il diritto di essere informati ed aiutati a comprendere la separazione dei loro genitori;
  4. I figli hanno il diritto di essere ascoltati e di esprimere i loro sentimenti;
  5. I figli hanno il diritto di non subire pressioni da parte dei genitori e dei parenti;
  6. I figli hanno il diritto che le scelte che li riguardano siano condivise da entrambi i genitori;
  7. I figli hanno il diritto di non essere coinvolti nei conflitti tra i genitori;
  8. I figli hanno il diritto al rispetto dei loro tempi;
  9. I figli hanno il diritto di essere preservati dalle questioni economiche;
  10. I figli hanno il diritto di ricevere spiegazioni sulle decisioni che li riguardano.

La Carta dei Diritti dei Figli nella separazione dei genitori è scaricabile qui 

Scegliete bene il vostro Consulente Tecnico di Parte (CTP)

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In uno dei miei primi articoli ho spiegato quali sono i possibili ruoli dello psicologo in ambito forense ( https://ceciliapecchioli.it/giuridica/il-ruolo-dello-p…ntesto-giuridico/ ).

Vorrei concentrarmi oggi sulla figura del Consulente Tecnico di Parte (CTP) portando all’attenzione un’esigenza che, a mio parere, sta diventando sempre più impellente.

Come sappiamo, il nostro Codice di Procedura Civile prevede che «Il Giudice Istruttore, con l’ordinanza di nomina del consulente, assegna alle parti un termine entro il quale possono nominare, con dichiarazione ricevuta dal cancelliere, un loro consulente tecnico. Il consulente della parte, oltre ad assistere a norma dell’articolo 194 alle operazioni del consulente del giudice, partecipa all’udienza e alla camera di consiglio ogni volta che vi interviene il consulente del giudice, per chiarire e svolgere, con l’autorizzazione del presidente, le sue osservazioni sui risultati delle indagini tecniche.» (art. 201 c.p.c.)

Il CTP, di fatto, non è altro che un libero professionista, di regola operante in un determinato campo tecnico e/o scientifico, al quale una parte in causa -attuale o potenziale- conferisce un incarico peritale in quanto ritiene l’incaricato esperto in uno specifico settore. Non esistono tuttavia particolari preclusioni o indicazioni, nel Codice di Procedura Civile, con riferimento ai CTP, e questo nel corso del tempo ha creato non poche problematiche.

Il Consulente di Parte assume un ruolo fondamentale per la risoluzione di questioni che, sempre più spesso, dipendono da valutazioni di carattere tecnico molto precise, specie quando sono coinvolti dei minori.

A differenza del CTU, che (purtroppo non in tutte le Regioni) prevede un iter formativo ed esperenziale specifico, valutato poi da una apposita Commissione tecnica che approva l’inserimento in un albo dedicato, il CTP non ha regole a cui riferirsi, è lasciato “al caso”.

L’assenza di un protocollo che stabilisca i requisiti per lavorare come CTP ha creato una situazione a dir poco pericolosa, in cui moltissimi colleghi si spacciano esperti essendo “solo” psicologi, e quindi non sanno come muoversi, cosa osservare, cosa contestare, come tutelare il loro cliente e, soprattutto, i minori coinvolti.

Purtroppo, alla leggerezza che molti colleghi dimostrano nel prendere in carico casi per i quali non hanno la dovuta preparazione, si aggiunge la scarsa informazione, che porta il cittadino e/o il legale a scegliere in modo casuale lo psicologo a cui affidare l’incarico, valutandolo in base a conoscenze personali o alla parcella più bassa.

La commistione di questi elementi ha portato, oggi, all’arrivo presso il nostro Ordine di tantissimi esposti a carico di colleghi che hanno svolto attività di CTP senza avere alcuna competenza, ma soprattutto pone i clienti in una condizione di rischo enorme e, purtroppo, a volte anche ad esiti infausti.

Vero è che esistono documenti ufficialmente riconosciuti contenenti “buone prassi” per l’esercizio della professione di psicologo forense, ma questi non sono sufficienti laddove il collega è carente di competenze in materia.

Da anni sostengo la necessità di definire un protocollo che delinei in modo specifico la figura del CTP, alla stregua di quella del CTU: più volte ho portato all’attenzione delle Istituzioni il problema, sottolineando la complessità e la delicatezza di questo lavoro, che è completamente diverso da quello del clinico e richiede necessariamente conoscenze specifiche sulle procedure, sul contesto, sull’operatività.

Nella speranza di trovare la migliore strada per concretizzare la mia proposta tecnica, ritengo doveroso invitare i cittadini e gli avvocati a fare una scelta ponderata dei colleghi a cui affidare un incarico di CTP.

Verificate le competenze del collega che avete individuato. Fatevi inviare il CV, in cui controllare sia la parte formativa (deve esserci almeno un corso in materia di psicologia giuridica) sia la parte esperenziale (chi svolge questa attività, anche se è alle prime armi, ha la possibilità di elencare nel proprio CV i numeri dei procedimenti a cui ha partecipato, anche solo come osservatore o tecnico ausiliario di un CTU o del Tribunale).

Non fatevi abbindolare da parcelle molto basse, il lavoro di CTP ha una durata minima di almeno 3 mesi e si dipana su più livelli di operatività, pertanto è lecito e plausibile che il compenso sia proporzionato all’intensa attività da svolgere.

Non affidatevi a conoscenze trasversali, controllate sempre che anche lo psicologo “amico dell’amico” sia formato in psicologia giuridica.

E, cari colleghi, se volete spendervi in questo settore, formatevi, o quantomeno, fatevi supervisionare da chi ha competenza.

Il Coordinatore Genitoriale

Il Coordinatore Genitoriale (Co.Ge.) è una nuova figura da poco utilizzata nel nostro Paese, (e ancora priva di una normativa che la regolamenti appieno) nell’ambito delle separazioni e divorzi ad alta conflittualità.

Il Co.Ge. è un professionista avente il compito di monitorare e sorvegliare i comportamenti di quei genitori che, benché dotati di buone capacità educative ed affettive verso la prole, a causa della loro accesa conflittualità , non hanno la giusta lucidità per tutelare il benessere psico-fisico dei loro figli, con il conseguente rischio di arrecare loro gravi disagi e danni evolutivi.

Parliamo quindi di casi in cui, seppur viene mantenuto il regime di affido condiviso, si ritiene necessaria una supervisione definita e scandita nel tempo dei genitori, vigilando sul loro approccio al progetto genitoriale in tutti i suoi aspetti, verificando il rispetto delle condizioni relative ai bisogni educativi dei figli e alle loro esigenze di salute, cura ed assistenza, così da garantire loro una sana crescita psico-affettivo-relazionale.

Il Co.Ge. è un soggetto terzo ed imparziale generalmente nominato dal Giudice che, da un lato, si adopera per evitare conseguenze dannose del conflitto sui figli e, dall’altro, favorisce la cooperazione tra i genitori lavorando su una riduzione dei contrasti.

Si tratta di un approccio professionale strutturato attraverso cui si assistono quei genitori caratterizzati da un elevato grado di ostilità, con il fine di attuare programmi personalizzati di risoluzione dei contrasti e ricostituire una genitorialità responsabile e rispondente alle esigenze della prole.

Possiamo considerare la Coordinazione Genitoriale come un processo di ADR (Alternative Dispute Resolution) che ha come fine primario l’interesse dei minori coinvolti nel conflitto genitoriale: l’intervento, pertanto, verterà e rimarrà sempre centrato sul benessere psico-fisico del bambino a cui deve essere garantita la massima tutela. Il Co.Ge. quindi supporterà i genitori litigiosi per dirimere e superare i contrasti una volta che il giudice abbia disposto i provvedimenti relativi all’affidamento e a tutte le questioni inerenti i minori.

Il Co.Ge. deve essere una figura super partes, quindi non deve aver avuto precedenti rapporti con la coppia genitoriale in qualità di consulente legale, terapeuta, CTP, CTU o mediatore. Potrà dare assistenza al Giudice ma solo nell’ambito del proprio ruolo.

La figura del Co.Ge. si distingue da quella del mediatore familiare in quanto:

  • ha un ruolo attivo di supervisore, moderatore dotato di funzioni di assistenza, controllo ed organizzazione;
  • si cura di seguire e supportare la coppia genitoriale nella fase di esecuzione del programma stabilito, qualunque ne sia la fonte (giudiziale o concordata inter partes).

In genere, la figura del Co.Ge. viene disposta dal Giudice (anche su suggerimento del CTU): in questi casi i suoi poteri derivano direttamente dal provvedimento giudiziario.

E’ possibile, però, che questo incarico derivi dalla sottoscrizione di un libero accordo tra i genitori al fine di dirimere le difficoltà gestionali dei figli scaturenti dall’alto tasso di conflittualità.

Compito del Co.Ge., a prescindere dalla provenienza dell’incarico, è quello di far rispettare il piano genitoriale in tutti i suoi aspetti di fondamentale importanza per la prole, da quelli relativi alla salute, istruzione, educazione sino ad un sano sviluppo psico-socio-affettivo. Nel caso si dovessero ravvisare gravi rischi per i minori (quali violenza, abusi, maltrattamenti, etc), il Co.Ge. dovrà adottare a loro tutela le opportune misure, oltre a segnalare il problema alle Autorità Giudiziarie competenti ed ai Servizi Sociali.

Questa figura nasce negli USA negli anni ’90, e nel 2005 è stata ufficialmente regolamentata grazie alla redazione delle Linee Guida dell’Association of Family and Conciliation Courts (AFCC): si tratta di raccomandazioni e suggerimenti, non regole vincolanti, finalizzate a diffondere buone prassi, competenze e formazione altamente specializzata nel settore. Il Co.Ge., in base a questo documento, ha possibilità di agire in difformità dalle linee guida esclusivamente per motivi giustificati dall’interesse della prole; diversamente, non ha margini di discrezionalità.

In Italia la figura del Co.Ge. ha destato molto interesse e anche un’acceso dibattito a seguito di due importanti provvedimenti che hanno introdotto il supporto del Co.Ge. in casi di genitori molto litigiosi che non riuscivano a mettersi d’accordo sulla gestione dei figli, provocando loro disagi evolutivi.

  1. Decreto del Tribunale di Milano, Sezione IX, del 29.07.2016 (Pres. rel. est. Laura Cosmai):  nel caso in esame due genitori separati non riuscivano a gestire in modo adeguato il rapporto con la figlia minore, che secondo il CTU nominato dal Tribunale, a causa dell’elevata conflittualità genitoriale, era a rischio evolutivo per il suo sviluppo psico-fisico. In particolare, il padre lamentava comportamenti inadeguati da parte della madre, che, a sua volta, aveva richiesto l’affidamento esclusivo della minore; ma il Collegio , all’esito della Consulenza Tecnica d’Ufficio, disponeva l’affidamento condiviso, prevedendo però l’inserimento della figura del Co.Ge. Ed infatti il CTU aveva rilevato che “il migliore regime di affidamento è quello condiviso , in modo da garantire sia al padre che alla madre l’esercizio di una genitorialità completa , anche tenendo conto delle esigenze psicologiche della minore che vanno nel senso di una fruizione adeguata della coppia genitoriale”. Il Collegio aveva evidenziato, a seguito della CTU, che i genitori, nonostante il loro peculiare conflitto , sembrava avessero compreso che bisognava mutare i loro comportamenti a tutela della figlia che aveva diritto ad una “equilibrata crescita psico-fisica”. E pertanto il Tribunale, nella consapevolezza che , malgrado la conflittualità, padre e madre della minore avessero le buone competenze genitoriali e le capacità di comprendere il ruolo decisivo che una buona relazione tra i medesimi avrebbe potuto ricoprire allo scopo di evitare nella minore il rischio evolutivo, sentiti i consulenti, con l’accordo delle parti anche nell’individuazione del professionista, nominava un Co.Ge., quale figura maggiormente idonea a sostenerli nell’attuazione di un progetto di genitorialità condivisa , disponendo che il suo incarico venisse formalizzato con i genitori entro 45 giorni . Nel Decreto vengono indicati in maniera analitica i suoi compiti, tra cui, in particolare, quello di salvaguardare i rapporti tra i genitori e la minore, fornendo le opportune direttive correttive di eventuali comportamenti disfunzionali dei genitori rispetto al progetto di crescita e “autonomizzazione “della figlia dalle figure dei genitori e di coadiuvarli nelle scelte in tema di salute, di educazione della minore e di rispetto del calendario relativo alle modalità dell’esercizio di visita da parte del genitore non collocatario. Veniva stabilita la durata in carica del Coordinatore in due anni , con onere a carico dei genitori del suo compenso.
  2. Decreto del Tribunale di Mantova, I sezione civile, del 5.05.2017, Pres. Est. Bernardi: nell’ambito di una sentenza di separazione , in presenza di genitori molto conflittuali, ha disposto il ricorso alla figura del Co.Ge. con il compito di monitorare lo svolgimento dei rapporti genitori/figli e disporre eventuali correzioni a condotte genitoriali anomale e contrarie ai bisogni della prole. In tale caso il Tribunale disponeva l’affidamento condiviso, rilevando che non sussisteva inidoneità genitoriale che potesse indurre a ricorrere all’affidamento esclusivo, ma esisteva solo una elevata conflittualità . Il Tribunale quindi, aderendo a quanto prospettato dal CTU, nominava un Co.Ge. , con compenso a carico dei genitori , con mandato in scadenza al 31 gennaio 2018 e con il compito di relazionare sulla sua attività al Giudice Tutelare. In particolare, al Co.Ge. veniva affidato l’incarico di coadiuvare i genitori nelle scelte formative dei figli, vigilando sul rispetto del calendario delle visite del padre alla prole e, in caso di disaccordi, di assumere le decisioni opportune a tutela dei minori, nonché di controllare le relazioni genitori /figli al fine di fornire al padre e alla madre le dovute indicazioni correttive di loro comportamenti disfunzionali.

Danno non patrimoniale. Le nuove tabelle del Tribunale di Milano

A Marzo sono state presentate e trasmesse le nuove tabelle dell’Osservatorio sulla Giustizia civile di Milano, a firma del Presidente Damiano Spera e della dott.ssa Elena Riva Crugnola, per il risarcimento del danno non patrimoniale.

La categoria del danno non patrimoniale attiene ad ipotesi di lesione di interessi inerenti alla persona, non connotati da rilevanza economica o da valore scambio ed aventi natura composita, articolandosi in una serie di aspetti (o voci) con funzione meramente descrittiva (danno alla vita di relazione, danno esistenziale, danno biologico, ecc.); ove essi ricorrano cumulativamente occorre, quindi, tenerne conto, in sede di liquidazione del danno, in modo unitario, al fine di evitare duplicazioni risarcitorie, fermo restando, l’obbligo del giudice di considerare tutte le peculiari modalità di atteggiarsi del danno non patrimoniale nel singolo caso, mediante la personalizzazione della liquidazione (Cass. n. 21716/2013; n. 1361/2014; S.U. n. 26972/2008). Non è, pertanto, ammissibile nel nostro ordinamento l’autonoma categoria del “danno esistenziale” in quanto tutti i pregiudizi di carattere non economico, concretamente patiti dalla vittima, rientrano nell’unica fattispecie del “danno non patrimoniale” di cui all’art. 2059 c.c., Tale danno, infatti, in base ad una interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c., costituisce una categoria ampia, comprensiva non solo del c.d. danno morale soggettivo, ma anche di ogni ipotesi in cui si verifichi un’ingiusta lesione di un valore inerente alla persona, dalla quale consegua un pregiudizio non suscettibile di valutazione economica, purché la lesione dell’interesse superi una soglia minima di tollerabilità (imponendo il dovere di solidarietà di cui all’art. 2 Cost., di tollerare le intrusioni minime nella propria sfera personale, derivanti dalla convivenza) e purché il danno non sia futile e, cioè, non consista in meri disagi o fastidi (Cass. n. 26972/2008; n. 4053/2009). … bi-polarità tra danno patrimoniale (art. (2043 c.c.) e danno non patrimoniale (art. 2059 c.c.) e dovendo quest’ultimo essere risarcito non solo nei casi previsti dalla legge ordinaria, ma anche ove ricorra la lesione di valori della persona costituzionalmente protetti cui va riconosciuta la tutela minima risarcitoria (Cass. n. 15022/2005).”

Le tabelle concernono la liquidazione del danno non patrimoniale derivante da lesione della integrità psico-fisica e dalla perdita grave del rapporto parentale oltre ulteriori elaborazioni che stabiliscono criteri orientativi per la liquidazione del danno non patrimoniale da “premorienza” (ovvero danno legato alla effettiva durata della vita), il danno terminale (detto anche danno da lucida agonia), il danno da diffamazione a mezzo stampa e con altri mezzi di comunicazione di massa (danno da lesione dell’immagine della persona) e il danno ex art. 96 c.p.c. terzo comma (danno da lite temeraria).

TABELLE-MILANO-EDIZIONE-2018

Il preludio della separazione

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Vi siete mai domandati come si arriva ad una separazione? Spesso questo momento viene vissuto come un “fulmine a ciel sereno“; in realtà il processo separativo è quasi sempre preceduto da una serie di segnali chiari ed inequivocabili che però non vengono adeguatamente decodificati ed attenzionati dalla coppia.

Continui malumori, prolungati silenzi, liti furibonde, spalle girate nello stesso letto, sono solo alcuni dei segnali che testimoniano la sofferenza di una coppia; ma ci sono i figli, la casa, gli impegni economici che spesso rappresentano la spinta a rimanere insieme, ignorando quel malessere che aleggia dentro e tra i partner.

Si tratta di un malessere cupo, sordo, nutrito da dispetti e disprezzi taciuti, da una sorta di “tristezza sincronizzata” che immobilizza i partner.

La coppia inizia a “perdersi di vista” sul piano affettivo e su quello sessuale: niente più comunicazioni di tipo emozionale ma semplici conversazioni di servizio legate al menage familiare. E il sesso diventa sempre più scadente fino ad esaurirsi del tutto.

I malumori e le insofferenze dilagano in tutte le stanze della vita di coppia e il dialogo diventa sempre più uno strumento punitivo, con contenuti ed intensità aggressivi, toni esacerbati e anche offensivi.

Ed iniziano a cambiare le abitudini della coppia, che piano piano tende a cercare in “altro” una forma di appagamento psico-corporeo alla mancanza dell’amore del proprio partner.

“Altro” può essere il lavoro, un contesto in cui iperinvestire così da avere una sorta di “intimità sostitutiva” anche con connotazioni erotizzate.

“Altro” può essere il mondo virtuale, che spesso diventa una dolce compagnia utile a lenire le frequenti solitudini mascherate, e che conferisce quella illusoria sensazione di potersi sottrarre all’infelicità coniugale.

“Altro” può essere l’alcool, il cibo, l’uso di droghe.

“Altro” può essere una relazione extraconiugale, che sia un’avventura sessuale priva di significato o una vera e propria relazione satellite, comunque un amore parallelo che permette il nutrimento di autostima, narcisismo, psiche e che paradossalmente alimenta la “stabilità di un matrimonio instabile“.

Tante sono oggi le coppie scompaginate sul piano affettivo-emotivo ma tristemente unite” nel silenzio e nella dimensione degli obblighi, che si stordiscono di tanto altro piuttosto che incontrarsi con i loro reali bisogni.

Ma quali sono le reali motivazioni per cui la coppia, già “separanda sul piano psichico“, decide di rimanere insieme?

Il senso del dovere spesso contribuisce a mantenere la coppia unita: evitare un dolore ai figli, una delusione ai propri genitori, incita la coppia alla finzione. Strategie confusive ma funzionali alla recita si intersecano così con elementi di realtà, alimentando il proprio senso di malessere.

Si tratta di una costante lotta tra il principio di piacere e quello del dovere, amplificata e nutrita dalle tante difficoltà del vivere quotidiano.

Ma quando la coppia è diventata il luogo dell’infelicità e del silenzio dei sensi, dell’assenza nella presenza, il principale motivo che spinge a rimanere insieme è uno: la paura della sofferenza.

La fine di un rapporto è uno tra gli eventi più dolorosi e destabilizzanti che l’essere umano possa sperimentare. Si tratta di un vero e proprio lutto in cui ciascun partner non solo perde l’altro ed il mondo costruito insieme, ma perde anche una parte di sè, quella parte della propria identità relativa al vivere in coppia.

Quando due partner decidono di vivere insieme, affrontano una mediazione, un adattamento personale in funzione della vita coniugale. Si inizia, quindi, a condividere la propria quotidianità con un individuo che prima di allora era un perfetto sconosciuto, e questo comporta inevitabilmente non solo una ridefinizione delle proprie abitudini, ma anche una ristrutturazione di personalità.

Separarsi quindi significa soffrire e far soffrire, ma significa anche “destrutturarsi” e ricostruire la propria identità in una nuova prospettiva, fatta di nuove abitudini, di nuovi ritmi, di nuove sfide da affrontare. Significa lasciare il certo per l’incerto, e questo è un altro elemento che genera grande paura nelle persone.

E’ importante sottolineare che spesso molte coppie si formano sulla base di scelte inconsce, spesso non aderenti alla realtà, scelte che soddisfano altri bisogni quali, ad esempio, il bisogno di allontanarsi dalla propria casa, di diventare genitori, ed in questi casi il partner rappresenta solo un mezzo attraverso il quale realizzare i propri desideri.

Altre coppie, invece, si scelgono sperando poi che l’altro magicamente cambi, si modifichi in funzione dell’amore; questo spesso non avviene e l’illusione d’amore si trasforma nel tempo in una catastrofica scoperta di solitudine estrema.

Il malessere che dà inizio al processo separativo comincia più velocemente quando i partners si sono scelti in funzione di “scelte proiettive” e desideri inconsci, ma avviene anche nel momento in cui la fatica del vivere quotidiano e il disinvestimento sul legame d’amore prendono il sopravvento lasciando il rapporto in balia delle intemperie e delle seduzioni della vita.

Affinchè un legame duri, è necessario non smarrire la dimensione della cura, dell’accudimento, della creatività di gioco, della fantasia sessuale, tutte “spezie” necessarie al progetto d’amore. 

La Coordinazione Genitoriale

divorzio legge

La Coordinazione Genitoriale è un nuovo strumento per la risoluzione alternativa delle controversie che sta trovando sempre più ampia applicazione nei Tribunali italiani.

Nonostante la sua recente introduzione, questo strumento ha già messo in risalto una quantità notevole di sostanziali aspetti tali da far ritenere utile la proposizione di un plausibile modello che, sulla base di considerazioni ispirate alla logica e alla funzionalità, potrebbe rappresentare un contributo all’unificazione delle prassi.

Come funziona, di fatto, lo strumento della Coordinazione Genitoriale?

Sono ancora in fase di definizione alcuni aspetti procedurali, come il ruolo del coordinatore entro il processo, i suoi poteri, la sua partecipazione nella stesua del piano genitoriale, i requisiti di ammissione alla professione, la gratuità o meno dello strumento, il grado di segretezza o riservatezza alla quale si è tenuti e via discorrendo.

Tuttavia, possiamo già inquadrare la Coordinazione Genitoriale in una serie di step di seguito presentati.

La Fase preliminare

In linea di massima il Tribunale ha il compito di istituire uno sportello informativo, gestito da una struttura pubblica o convenzionata, collegato a servizi di mediazione familiare e coordinazione.

Il Giudice valuta i ricorsi prima dell’udienza presidenziale e, in sede di udienza, applica l’art. 337  octies c.c. (“Poteri del giudice e ascolto del minore”: Prima dell’emanazione, anche in via provvisoria, dei provvedimenti di cui all’articolo 337-ter, il giudice può assumere, ad istanza di parte o d’ufficio, mezzi di prova. Il giudice dispone, inoltre, l’ascolto del figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di età inferiore ove capace di discernimento. Nei procedimenti in cui si omologa o si prende atto di un accordo dei genitori, relativo alle condizioni di affidamento dei figli, il giudice non procede all’ascolto se in contrasto con l’interesse del minore o manifestamente superfluo. Qualora ne ravvisi l’opportunità, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso, può rinviare l’adozione dei provvedimenti di cui all’articolo 337 ter per consentire che i coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo, con particolare riferimento alla tutela dell’interesse morale e materiale dei figli.), se il disaccordo appare non risolvibile in quella sede.

La coppia può accettare o meno di andare in mediazione. Nel caso in cui accetti, i possibili risvolti sono:

  • la mediazione ha successo → si omologa l’accordo e il procedimento si conclude;
  • la mediazione fallisce.

Nel caso in cui la coppia non accetta di andare in mediazione, o in caso di fallimento della stessa, il Giudice ha la facoltà di chiedere l’elaborazione di un Piano Genitoriale (PG) che può essere costruito in modo congiunto o individuale, con l’ausilio degli operatori dello sportello.

Al Giudice, quindi, può arrivare:

  • un PG congiunto;
  • un singolo PG elaborato da un solo membro della coppia;
  • nessun PG;
  • un PG congiunto ma inaccettabile perchè, ad esempio, non rispetta i diritti della prole.

Il Giudice può adottare i seguenti provvedimenti:

  • approvare o modificare il PG congiunto o singolo;
  • elaborare, con l’ausilio dell’operatore, un valido PG qualora non fosse pervenuto o risultasse inaccettabile.

2. Fase introduttiva alla coordinazione genitoriale: investitura del Coordinatore Genitoriale

Come abbiamo visto, il Giudice può segnalare alle parti la necessità di giovarsi di una Coordinazione Genitoriale. La coppia può o accettare concordando a chi rivolgersi (può attingere al servizio pubblico o individuare un Coordinatore Genitoriale privato, accollandosene i relativi costi) oppure può subire la decisione del Giudice senza condividerla.

Il Coordinatore Genitoriale nominato, o del servizio pubblico o privato, assisterà la coppia nella costruzione del Piano Genitoriale che verrà poi trasfuso nel provvedimento o allegato nell’ordinanza del Giudice.

3. Fase applicativa

La provenienza dell’incarico al Coordinatore Genitoriale (o nominato dal Giudice o individuato dalle parti) può modificare alcuni aspetti secondari e formali della sua attività, nel senso che in sede contrattuale possono essere convenute, ad integrazione dei Piano Genitoriale, alcune regole specifiche. In atri termini, se la coppia non ha aderito spontaneamente alla Coordinazione Genitoriale (perchè, ad esempio, suggerita al Giudice dal CTU), e si trova quindi a dover attuare un Piano Genitoriale che non ha personalmente elaborato ma ha ricevuto ex novo all’interno dell’ordinanza del Giudice, i contenuti dello stesso non saranno, con tutta probabilità, adeguati alle aspirazioni di ognuno.

Il Coordinatore Genitoriale può essere chiamato ad intervenire sia in fase istruttoria (dopo i provvedimenti provvisori ex art. 337 ter c.c.) sia al termine del procedimento giudiziale.

La durata dell’intervento, che ha il senso di accompagnare e sostenere la coppia fino al raggiungimento della capacità di autogestione, non è predeterminata ma, a partire da un minimo di 6 mesi, può essere rinnovata entro i limiti indicati nella nomina del Giudice o entro quelli previsti nel contratto.

Il Coordinatore Genitoriale assicura il rispetto del Piano Genitoriale, dandone alle parti l’interpretazione autentica. Può, inoltre, decidere su aspetti secondari, soprattutto se non considerati nel Piano Genitoriale, mentre sugli aspetti principali che risultino disciplinati in modo inidoneo, può segnalare gli inconvenienti al Giudice chiedendone la relativa modifica.

Gli accordi stabiliti con le parti nel contratto non possono porre limiti alle possibilità di intervento del Coordinatore Genitoriale che confliggano con i suoi doveri istituzionali, derivanti dal provvedimento di incarico.

Oltre ad avere accesso integrale alla documentazione completa relativa al caso, il Coordinatore Genitoriale ha il titolo per interagire con tutti i soggetti coinvolti a vario titolo, coordinandosi con gli stessi. Quindi, oltre ai Servizi e all’eventuale CTU, può interagire con figli, parenti, nuovi partner, insegnanti, terapeuti etc.

La Coordinazione Genitoriale non è un processo riservato sia per le comunicazioni tra le parti ed i loro figli verso il Coordinatore Genitoriale, sia per le comunicazioni tra il Coordinatore e le altre parti rilevanti per il processo, o per le comunicazioni con il Tribunale. Sia il Coordinatore Genitoriale che le parti potranno testimoniare in merito a circostanze emerse nell’ambito della Coordinazione Genitoriale nel caso in cui la testimonianza o la prova risultassero necessarie ai sensi della legge o siano richieste dal Giudice.

Nel caso in cui il Coordinatore Genitoriale sia stato nominato dalle parti, anche una sola di esse ha facoltà di congedarlo qualora non sia soddisfatta della sua gestione dell’incarico, fermo restando che ciò non mette fine alla coordinazione stessa, in quanto recepita dal Giudice. Si procede, in quei casi, a nomina di un altro Coordinatore Genitoriale. La contestazione deve, in ogni caso, essere segnalata al Giudice dalla parte interessata, il quale ne valuta le relative motivazioni.

A seconda del tipo di violazione, il Coordinatore Genitoriale segnala l’accaduto al Giudice del procedimento, al Giudice Tutelare, alla Procura presso il Tribunale per i Minorenni, alla Questura o ai Servizi Sociali. A seguito di ciò, ha facoltà di rimettere il mandato al Giudice o di ritenere risolto il contratto.

Un Coordinatore Genitoriale non può operare all’interno di ruoli multipli che possano creare conflitti anche solo di tipo deontologico.

Danno biologico di natura psichica

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La quantificazione del risarcimento del Danno biologico di natura psichica va fatta tenendo conto dell’intensità dell’effettiva sofferenza patita dalla vittima.

Lo stabilisce la Corte di Cassazione con la sentenza n°29759/2017, secondo cui chi subisce una lesione che lo porta alla morte, anche a distanza di breve tempo, patisce un danno biologico di natura psichica ogni qualvolta abbia percepito in maniera lucida l’approssimarsi dell’esito letale.

Detto in altri termini, l’entità del danno biologico di natura psichica, in questi casi, non dipende dal tempo intercorso tra la lesione e la morte, bensì dall’intensità effettiva della sofferenza che la vittima ha provato.

Quando parliamo di danno biologico, la determinazione della liquidazione viene effettuata facendo riferimento a specifici criteri tabellari.

In casi come questo, invece, il giudice è tenuto ad adeguare tali criteri al caso concreto, procedendo alla cosiddetta personalizzazione.

Nella fattispecie, la Cassazione ha cassato con rinvio la sentenza con la quale la Corte d’Appello di Trieste aveva confermato il rifetto della domanda di risarcimento avanzati dagli eredi del defunto, sostenendo la carenza di allegazione e prova in ordine alla condizione di quest’ultimo nell’arco di tempo tra la manifestazione della malattia ed il decesso.

Ma cosa intendiamo per Danno Biologico di natura Psichica?
Il Danno Psichico appartiene alla categoria dei danni non patrimoniali, ovvero di quei danni che non interessano il patrimonio del soggetto, ed è una subspecies del Danno Biologico.
Nel diritto il Danno Biologico viene definito in senso stretto come “lesione dell’integrità psicofisica medicalmente accertabile“. In altri termini, si tratta di un danno alla salute dell’individuo. Quindi qualsiasi lesione o alterazione patologica, nel corpo o nella mente, costituisce un danno biologico.
La lesione fisica (come, ad esempio, la frattura di un osso, la rottura di un tendine, la lacerazione di un muscolo etc) interessa il corpo umano.
La lesione psichica (come, ad esempio, la depressione reattiva, un disturbo ansioso, la psicosi etc) interessa la mente umana.
Entrambe costituiscono una lesione alla salute e perciò sono possibili danni biologici.
Il Danno Psichico può, pertanto, essere definito come una lesione della salute psichica dell’individuo che consiste in un’alterazione patologica dell’integrità psichica e dell’equilibrio di personalità, provocata da un evento traumatico di natura dolosa o colposa, che limita notevolmente ed in maniera durevole l’esplicazione di alcuni aspetti della personalità nel regolare svolgimento della vita quotidiana.
Il Danno Psichico non va confuso con il Danno Morale, che invece rappresenta il “transeunte turbamento dello stato d’animo della vittima” (Corte Costituzionale, sentenza n°233/2003).
Il Danno Morale rappresenta anch’esso un danno di natura non patrimoniale, ma si concretizza in quel turbamento emotivo subito dalla vittima di un evento dannoso, per il dolore, il disagio e la sofferenza psicofisica che costituisce l’immediata conseguenza dell’evento lesivo e che ha una natura necessariamente temporanea, in quanto dura per un breve lasso di tempo senza compromissione della salute dell’individuo e della sua quotidianità.
Più difficile è comprendere il distinguo tra danno psichico e Danno Esistenziale, perchè un danno psichico spesso può determinare anche un danno esistenziale, ma un danno esistenziale non sempre implica la presenza di un danno psichico.
Il Danno Esistenziale viene definito come la “compromissione della qualità della vita normale del soggetto o uno stato di disagio psichico che non arriva a configurarsi come un quadro clinico patologico” (Pajardi, Macrì, Merzagora Metsos, 2006).
Il Danno Esistenziale consiste, quindi, nel “non poter più fare“, in quanto inficia le azioni realizzatrici della persona umana come i rapporti familiari, affettivi, sociali, le attività di svago, di intrattenimento etc.
Facciamo un esempio per chiarire meglio la questione.
Un soggetto vittima di un sinistro stradale rimane talmente spaventato da non voler più guidare una macchina. L’evitamento della guida potrebbe essere il sintomo di un vero e proprio danno psichico, ma se il timore di guidare non è patologico, nonostante tale conseguenza comporti una riduzione dell’autonomia del soggetto ed un peggioramento della propria qualità della vita, ci troviamo di fronte ad un danno esistenziale, non ad un danno psichico.
Il confine tra queste due tipologie di danno è molto sottile; ciò nonostante, la classificazione di entrambi i concetti nell’ambito del danno non patrimoniale consente comunque di superare le limitazioni concettuali e di ottenere, in ogni caso, un ristoro per il danno subito, quale che sia nel caso concreto la sua qualificazione, purchè il danno venga ovviamente provato in corso di giudizio, così come la sua derivazione causale dall’evento dannoso.
Il danno psichico in quanto danno di natura biologica è pacificamente riconosciuto come risarcibile dalla giurisprudenza, anche se necessita di un’attenta ponderazione sia per quanto attiene all’accertamento della reale sussistenza di tale danno nel caso concreto, sia con riferimento alla quantificazione, e quindi alla valutazione economica del danno stesso.