Chi sono
Esperienza & Formazione
Le mie scelte sono state guidate da due grandi passioni: la psicologia e la diritto.
Mi sono laureata in Psicologia Clinica della Salute, delle Relazioni Familiari e degli Interventi di Comunità presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e mi sono poi specializzata in Psicoterapia Sistemico-Relazionale presso l’European Institute of Systemic-Relational Therapies. Ho potenziato la mia pratica clinica acquisendo il metodo americano della Single Session Therapy e tecniche di Psicoterapia Strategica Breve, approcci focalizzati sul cambiamento rapido e concreto per affrontare problemi specifici in tempi brevi.
Parallelamente, ho approfondito la mia conoscenza giuridica perfezionandomi in Psicopatologia Forense presso la Facoltà di Medicina Legale dell’Università degli Studi di Milano, diventando successivamente Esperta in Psicologia Forense, Criminale ed Investigativa presso la Fondazione Gulotta.
Ho, inoltre, conseguito un master in Teorie e strumenti per l’assessment del funzionamento psicologico presso l’Istituto A.R.P. – Associazione per la Ricerca in Psicologia Clinica di Milano, acquisendo competenze per la valutazione psicodiagnostica sia in ambito clinico che giuridico.
La mia esperienza professionale ha una storia che dura da più di 15 anni; attualmente lavoro come psicoterapeuta solo online e collaboro con alcuni studi legali presenti sul territorio lombardo.
Dal 2019 sono Responsabile della sede di Milano e della macroarea Centro-Nord Italia di ASA ETS – Associazione Solidarietà Adozioni, ente che si occupa di adozioni internazionali.
Per ben 12 anni mi sono anche occupata di tutela e promozione della professione psicologica, attraverso GPL – Associazione Giovani Psicologi della Lombardia, di cui sono stata Presidente dal 2014 al 2022.
Ancora qualcosa di me
Per sedici anni ho avuto l’immenso privilegio di percorrere la vita al fianco di Minù, la mia maltesina.
Minù non era “solo” il mio cane. Era famiglia. Era sorella. Era la mia migliore amica. Per molti dei miei pazienti è stata una presenza familiare: con simpatia la soprannominavamo tutti assistente co-terapeuta. E in fondo lo era davvero. Minù partecipava alle sedute a modo suo, con quella forma di intelligenza emotiva che non ha bisogno di parole. Sapeva quando avvicinarsi, quando restare in disparte, quando appoggiarsi piano a qualcuno che ne aveva bisogno. Era amata, riconosciuta, cercata. E io credo che questo dica molto su di lei.
Con Minù ho vissuto una relazione profonda, quotidiana, fatta di presenza, lealtà, sintonizzazione. Un amore che non chiedeva nulla e che, proprio per questo, dava tutto. In sedici anni insieme ho imparato più di quanto avrei potuto immaginare su cosa significhi esserci davvero per qualcuno, condividere il tempo, attraversare i cambiamenti, restare.
Minù è stata casa. E quando si perde una casa, non si perde solo un luogo: si perde un modo di stare al mondo.
Anche se oggi non è più qui fisicamente, il modo in cui mi ha insegnato a stare in relazione continua a vivere dentro di me. E, in qualche modo, anche nel mio lavoro.
Il mio sguardo sulle relazioni
Nella mia esperienza clinica ho visto che le relazioni raramente si
rompono per mancanza di amore. Si rompono, molto più spesso, perché manca la capacità di stare nella cosiddetta “complessità”.
Oggi assistiamo a un impoverimento della comunicazione emotiva: si parla molto, ma ci si ascolta poco. Si reagisce più di quanto si rifletta. Davanti a ciò che non comprendiamo, tendiamo a interpretare attraverso i nostri filtri personali invece di fermarci a esplorare cosa sta davvero accadendo nella relazione. Questo genera fraintendimenti, rigidità, posizioni difensive. E, nel tempo, distanza.
Un altro nodo centrale è la difficoltà a tollerare il tempo: il tempo del conflitto, della comprensione, del cambiamento. Viviamo nella logica del “tutto e subito”, ma le relazioni (come le persone) funzionano per processi, non per soluzioni rapide.
Nel mio lavoro incontro spesso persone che nelle loro relazioni trattengono le emozioni, razionalizzano o negano, e il disagio emerge altrove: sotto forma di scelte ripetitive, legami disfunzionali, vuoto, insoddisfazione costante e tendenza a “dare la colpa” al partner che non capisce, al figlio che non ubbidisce, agli astri non allineati, al lavoro, al destino beffardo e così via.
Una verità scomoda è questa: il legame non basta. L’amore non è sufficiente. L’altro non cambia perché lo desideriamo. Ognuno entra nella relazione con il proprio funzionamento, i propri modelli interiorizzati, le proprie risorse e i propri limiti.
Il lavoro, quindi, non è aggiustare l’altro o salvare la relazione a ogni costo, ma comprendere che tipo di relazione stiamo costruendo, da quali premesse, e se è compatibile con i nostri bisogni profondi.
Credo in relazioni che non chiedano di annullarsi, di adattarsi oltre misura o di restare per paura. Credo in legami in cui la connessione emotiva non sia data per scontata, ma costruita nel tempo, attraverso responsabilità, ascolto e consapevolezza.
Questo è lo sguardo che porto nel mio lavoro clinico.