La CTU in tempi di Covid19

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Sono state pubblicate le Linee Guida metodologiche per lo svolgimento delle Consulenze Tecniche in questo periodo di grande difficoltà operativa.

Il documento è stato redatto dall’Associazione Clinici Forensi per le Famiglie.

1. VALUTAZIONE PERITALE E GESTIONE DEL RISCHIO

Le misure sanitarie imposte dall’emergenza Covid-19 si protrarranno verosimilmente oltre la progressiva cessazione delle restrizioni. Il lavoro del CTU dovrà pertanto svolgersi in condizioni che impongono una attenta riflessione metodologica.
Alcune precisazioni relative alla situazione e alle indicazioni condivise su scala nazionale appaiono cruciali e debbono essere ribadite per una definizione della “cornice” sanitaria entro la quale si collocano e prendono senso le presenti considerazioni.
Il rischio di infezione potrebbe restare alto nella popolazione generale per molti mesi e verosimilmente sarà difficile avere certezza della “negatività” al virus da parte dei cittadini.
Le nostre professioni (psichiatri e psicologi) sono giudicate a rischio relativamente moderato poiché non implicano di norma un contatto fisico diretto o prossimo e possono, in teoria, essere svolte mantenendo una certa distanza.
Tuttavia, sappiamo che la “carica virale”, cioè la quantità di virus inalati, è un fattore probabilmente critico per determinare il rischio di contagio e di malattia anche in forma grave. Il posizionamento di mascherine, specie se approssimativo o con mascherine di qualità scadente, può non proteggere a sufficienza soggetti che condividano un ambiente ristretto per molti minuti o per ore (com’ è il caso di incontri peritali). L’utilizzo dei guanti è necessario e deve avvenire in modo corretto, ma non è di per sé una misura di totale garanzia dal contagio. Infine, la sanificazione accurata di ambienti (gli studi peritali) che normalmente non sono concepiti per avere una forte connotazione sanitaria (negli arredi, nei materiali, negli oggetti disponibili), rischia di essere complessa.
Infine, non si può dimenticare che la stessa richiesta di svolgere un incontro “in presenza” comporta per i periziandi un rischio ulteriore, difficilmente computabile, connesso allo spostamento verso lo studio del CTU.

Nella sua veste di Pubblico Ufficiale il CTU ha un ruolo investito di oneri e doveri che non sono riducibili ai contorni “individuali” dell’espletamento della perizia, ma si collocano appieno entro quegli “atti pubblici” che debbono rispondere a criteri di interesse collettivo e massima cura della salute dei cittadini. La maggiore o minore propensione personale del CTU ad assumere e accettare l’inevitabile residua quota di rischio per sé non può e non deve essere confusa con il dovere preciso di ogni Pubblico Ufficiale di operare con la massima responsabilità civica nei confronti della collettività.
Questo, del resto, è l’orientamento prevalente di molti diversi pronunciamenti Pubblici di Enti o realtà istituzionali, che sollecitano una procrastinazione della ripresa delle attività in presenza e invitano a predisporre modalità peritali
alternative.
L’Associazione, tenute presenti le direttive degli Ordini Professionali degli Psicologi e dei Medici sull’attività professionale privata, ha aperto pertanto un confronto tra i Soci sulla specificità del lavoro peritale nell’ambito della famiglia al fine di offrire spunti di riflessione sia sul piano clinico che metodologico, analizzando nello specifico il tema della valutazione dell’adulto, del minore, della relazione genitorifigli e dell’approfondimento psicodiagnostico in questo ambito forense.
La riflessione riguarderà anche l’effettiva possibilità di fornire, in queste circostanze, risposte sufficientemente esaustive ai quesiti dei Giudici.

2. INCONTRI IN PRESENZA

La riflessione sulla possibilità di svolgere le operazioni peritali in presenza deve tenere conto delle premesse, con particolare riguardo:

a) al persistente elevato rischio di contagio nel prossimo periodo, per un arco temporale allo stato non definibile;

b) all’impossibilità di annullare tale rischio anche con l’ implementazione accurata dei mezzi atti a ridurlo (mascherine, guanti, igiene, ecc.);

c) alla difficoltà intrinseca di gestire i mezzi di contenimento specie con i minori (assicurarsi che gli stessi ne facciano uso correttamente e rispettino il distanziamento e le norme);

d) alla difficoltà di sanificare studi normalmente non concepiti per processi di sanificazione accurati o non sufficientemente spaziosi per garantire le distanze di sicurezza.

RACCOMANDAZIONE Si ritiene che lo svolgimento di perizie “in presenza” debba essere limitato il più possibile a situazioni considerate urgenti (cfr. infra “Casi speciali”) e comunque deciso in modo condiviso per iscritto con CCTTPP, Avvocati e Parti.

2.1. ADULTI

Gli incontri “in presenza” con gli adulti potrebbero essere indicati nelle condizioni oltre elencate in “Casi speciali”. Essi dovranno avvenire con l’uso di mezzi di protezione (mascherine, guanti, distanza, sanificazione ambienti, norme igieniche).
Potrebbe essere utile dotare lo studio di schermi di plexiglass o vetro da frapporsi tra CTU e periziando per aumentare il livello di protezione.
Il CTU dovrà tenere conto dell’interferenza dei dispositivi di protezione individuale sull’interazione con i periziandi – che risulta in questo senso “mediata” – nonché sulla valutazione, perché i dispositivi precludono parzialmente la possibilità di raccogliere informazioni di tipo non verbale. Per esempio: la mascherina non consente  all’esperto di apprezzare la mimica e la sua congruenza con il contenuto o di valutare la capacità del periziando di cogliere i segnali emotivi dell’interlocutore; l’imposizione di posti assegnati non consente di apprezzare come il periziando regoli le distanze fisiche, ecc.
È sconsigliabile l’esecuzione di incontri collegiali, per cui gli eventuali CCTTPP potrebbero assistere all’incontro individuale CTU-adulto con modalità online.
Tuttavia, in questi casi, si porrebbero ulteriori difficoltà rispetto all’esecuzione di alcuni colloqui (congiunti, familiari) e rispetto al contraddittorio tecnico, dal momento che anche un eventuale collegamento a distanza dei consulenti di parte potrebbe non metterli in grado di beneficiare della medesima accuratezza esplorativa del CTU.

2.2. MINORI

Si impongono le medesime limitazioni e problematiche sopradescritte relative alla gestione del contatto, alla riduzione del rischio e alle interferenze dei mezzi di protezione e delle misure igieniche nella gestione e fruibilità del contatto peritale.
In particolare, negli incontri in presenza, l’utilizzo dei dispositivi di sicurezza entra nel setting creando una distanza e un filtro nelle manifestazioni non verbali della soggettività di ciascuno.
D’altro canto, però, la gestione dei dispositivi di sicurezza potrebbe fornire un utile campo di osservazione rispetto alla capacità del minore di rispettare le regole e i limiti e, contemporaneamente, alla capacità del genitore di esercitare una stabile e positiva funzione normativa. È importante dedicare un breve tempo a chiedere al genitore di occuparsi delle regole di protezione in modo che non ci siano interferenze durante il colloquio, ma anche, come già detto, per sondare la capacità di tenuta di minori e adulti sulle regole. Occorre comunque tenere conto del fattore imprevedibilità, ovvero della possibilità che nonostante le buone intenzioni si verifichino gesti impulsivi o comportamenti non controllabili dal CTU.
Prima di incontrare il minore vis-à-vis con i dispositivi di sicurezza potrebbe essere utile effettuare un momento di presentazione on line, dove sia il CTU che il minore si possano guardare almeno una volta a viso scoperto.

2.3. CASI SPECIALI

In alcuni casi particolarmente urgenti che si ritiene non possano essere esaminati con modalità on line si dovrà verificare la disponibilità delle parti a una valutazione “in presenza” concordandola con i CCTTPP e i legali. L’urgenza e la necessità di incontri in presenza deve essere motivata da criteri clinici.

3. INCONTRI ON LINE

Lo svolgimento delle operazioni peritali attraverso piattaforme di comunicazione a distanza consente di annullare i rischi di contagio. Tuttavia anche questa modalità presenta vincoli e controindicazioni che valgono sia per gli incontri con gli adulti che con i minori:

• sia il CTU che il periziando e i CCTTPP debbono disporre di una connessione a banda larga, di competenza nell’utilizzo del mezzo e protezione del dispositivo utilizzato da attacchi informatici;

• il periziando dovrebbe trovarsi in un ambiente isolato dagli altri familiari e possibilmente neutrale, rispettoso di ogni opportuna esigenza di privacy. Il problema della privacy è particolarmente pregnante nel caso dei colloqui individuali con i minori e delle osservazioni dei minori (cfr. infra);

• la garanzia che non siano presenti terzi non autorizzati dovrà essere autocertificata, ma non potrà essere verificata dal CTU;

• non è possibile escludere che terzi forniscano al periziando commenti e suggerimenti;

• la valutazione da remoto comporta possibili limitazioni intrinseche dell’accuratezza esplorativa. Esse possono riguardare:

  • o la corretta determinazione della qualità della cura del sé e della gestione dell’assetto posturale (in relazione a sé e alle altre persone presenti nell’ambiente), che è componente utile alla comprensione dell’adattamento sociale; eventuali aspetti reattivi e impulsivi nei confronti del CTU e degli altri consulenti;
  • o un pieno apprezzamento degli aspetti non verbali della comunicazione, delle forme espressive delle emozioni, anche in relazione agli stimoli ambientali contingenti, nonché degli aspetti empatici della comunicazione;
  • o un pieno e libero accesso a una relazione dialogica fluida come è proprio degli incontri “in presenza” e una corretta determinazione degli aspetti formali della produzione linguistica;
  • o nel caso degli incontri congiunti con l’altro genitore, la qualità delle disposizioni relazionali, empatiche e comunicative.

RACCOMANDAZIONE: È indispensabile che il CTU si impegni a tenere conto di tali possibili limitazioni sia nella gestione dei colloqui sia nella formulazione delle conclusioni in risposta al quesito. In sede di giuramento il CTU si riserverà di comunicare l’adozione di ogni misura atta a ridurre il rischio di contagio, ivi inclusa la possibilità di condurre la valutazione peritale tutta o in parte on line, precisando le criticità insite in ciascuna modalità.

3.1. ADULTI

Valgono le considerazioni fin qui svolte.
In generale le limitazioni appaiono interferenti ma non tali da impedire, in linea di principio, lo svolgimento di una valutazione esaustiva. Casi particolari potrebbero tuttavia costituire un ostacolo importante alla valutazione a distanza.
In particolare:

• rifiuto dell’adulto/ genitore a svolgere colloqui a distanza;

• impossibilità dell’adulto/genitore ad accedere a, o utilizzare, mezzi di connessione digitale congrui;

• esistenza di condizioni psicopatologiche tali da ostacolare la possibilità di svolgimento di un colloquio on line entro criteri minimi di accuratezza (es. agitazione, irrequietezza motoria, gravi deficit visivi, incapacità di
intraprendere una comunicazione a distanza, gravi disturbi della comunicazione e/o dell’ideazione, della personalità o dell’umore ecc.).

3.2. MINORI

Valgono le considerazioni fin qui svolte. L’osservazione online potrebbe risultare tuttavia per certi aspetti più “naturalistica”, poiché avviene in un ambiente familiare per i minori, libero da alcuni aspetti di scarsa spontaneità correlati all’adattamento a un ambiente estraneo. In tal senso, dunque, l’osservazione on line potrebbe essere caratterizzata da una minore interferenza da parte del CTU.
D’altra parte, però, la presenza solo virtuale del CTU riduce la sua possibilità di intervento e introduce un elemento di staticità che limita la possibilità di interazione con il minore.
La limitazione del campo visivo (focus della telecamera) impedisce l’osservazione di tutto ciò che accade fuori dal campo stesso. Potrebbero risultare non osservabili degli elementi fisici (parti del corpo), degli elementi espressivi, degli elementi relazionali (scambi fuori campo). Ciò comporta una inevitabile limitazione quantitativa, di cui il CTU deve tenere conto, degli elementi osservabili.
Il “fuori campo” può essere considerato maggiormente interferente con l’osservazione del bambino piccolo per motivi fisiologici (attivazione psicomotoria); potrebbe invece interferire meno con l’osservazione dei ragazzini più grandi, ferme restando le considerazioni già sopra esposte.
La posizione da remoto potrebbe rendere necessaria la modifica del numero e della durata degli incontri (più incontri di durata più breve) per aumentare la significatività dell’osservazione.

3.3. OSSERVAZIONE DELLA RELAZIONE GENITORE-FIGLIO

La posizione da remoto può limitare la possibilità di valutare alcuni elementi determinanti per l’osservazione della qualità della relazione, incidendo sui processi inferenziali. Essa riduce inoltre alcune funzioni garantite dalla presenza fisica del CTU, come la funzione organizzativa, la funzione orientativa e la funzione di contenimento (da intendersi in senso psichico e relazionale).
Per compensare tali limitazioni potrebbe essere utile ricorrere a una maggiore strutturazione delle diverse fasi di osservazione e valutazione.
Alcune qualità e competenze genitoriali si possono rilevare nell’interazione genitorifigli anche da remoto: la capacità di farsi ascoltare, di assumere una posizione autorevole, di parentificazione.

3.4. OSSERVAZIONE INDIVIDUALE CON IL MINORE ( BAMBINI 0-5 ANNI)

Anche in remoto va dedicata grande attenzione alla scelta delle modalità operative a seconda delle diverse fasce di età.
Può essere utile una maggiore strutturazione dell’incontro, soprattutto con i più piccoli rispetto all’ organizzazione dell’ambiente, del materiale e degli stimoli, che devono essere specifici per le fasce di età.
Sul piano operativo, occorrerà prevedere come organizzare la presenza del genitore.

3.5. COLLOQUIO INDIVIDUALE CON IL MINORE – ASCOLTO DELEGATO

Il CTU dovrà valutare con attenzione le modalità di preparazione all’incontro tenendo conto delle variabili modificate dalla presenza dello strumento ’remoto’.
I contenuti portati dal minore potrebbero essere molto influenzati da elementi contestuali, fattuali e concretamente presenti, fuori dal campo osservativo del CTU.
Il tema della privacy diventa ancor più cruciale dal momento che il CTU non può avere alcun tipo di conoscenza/controllo/gestione dell’ambiente (stanza occupata da altri; porta chiusa o aperta, ecc.).
Il CTU non può garantire l’intimità e l’unicità della relazione di ascolto e nel caso dei minori questo aspetto potrebbe essere particolarmente rilevante in ispecie per i colloqui finalizzati all’ascolto delegato eventualmente disposto dal Giudice.
Da remoto si può cercare di mettere a fuoco il punto di vista del minore su alcuni aspetti della sua vita; si può realizzare un ascolto parziale, ma difficilmente si potrà realizzare un ascolto fiduciario.

3.6. VISITE DOMICILIARI E COLLOQUI CON EDUCATORI, INSEGNANTI, SERVIZI

La visita domiciliare può essere considerata non opportuna in questa fase di emergenza, né indispensabile per completare la conoscenza del minore da parte del CTU.
Gli incontri con le agenzie educative, terapeutiche, socio-assistenziali, se ritenuti utili a completare la valutazione, potranno essere svolti in remoto.
Si dovrà invece riflettere su tutta l’area dell’intervento post-CTU (ADM, spazio neutro, ecc.) e sulla sua fattibilità nell’evoluzione della fase di emergenza.

3.7. UN NUOVO SPAZIO DI LAVORO PER SITUAZIONI DI RIFIUTO?

La “distanza ravvicinata” imposta dalla comunicazione da remoto può rivelarsi una variabile interessante. Si pensi ad esempio alle situazioni di rifiuto di un genitore da parte del minore: la presenza del genitore rifiutato può essere così introdotta in modo graduale, in uno spazio di parola che garantisce al contempo la distanza fisica.

RACCOMANDAZIONE: Nei colloqui sia con i minori che con gli adulti occorre tenere in considerazione il fattore stressogeno del Covid. Esso potrebbe infatti amplificare alcune caratteristiche di funzionamento, nonché alcune dinamiche relazionali. Occorrerà dunque focalizzare eventuali cambiamenti intercorsi a seguito dell’epidemia e delle misure che ha comportato.

4. VALUTAZIONE PSICODIAGNOSTICA ON LINE: LIMITI E POSSIBILITÀ

4.1. ASSESSMENT ED EMERGENZA SANITARIA: COME FARE

In seguito a valutazione scrupolosa del CTU incaricato e del testista, dalla quale emerga che rimandare il test non sarebbe, per vari motivi, tutelante nei confronti del periziando, occorre determinare se sia possibile, per quel soggetto, sostenere la prova da remoto o sia maggiormente raccomandabile un incontro di persona.
Sia che si proceda alla somministrazione del test di persona che da remoto, occorrerà adattare il setting valutando l’impatto delle modifiche sull’attendibilità testale, ma soprattutto cercando di comprenderne il significato clinico all’interno della valutazione complessiva del test. Ancor più di quanto avvenga di prassi, l’inquadramento clinico del periziando è indispensabile per:

• rinforzare l’alleanza tra periziando e psicologo testista in una situazione potenzialmente ansiogena, spiegandone la necessità e il senso;

• mitigare alcuni dati emergenti dal test che potrebbero essere sovrastimati su base situazionale. Nel contesto di una valutazione multi-metodo (Hopwood e Bornstein, 2014) che comprende il funzionamento storico e attuale, i testisti dovrebbero aver cura di evitare errori di attribuzione nel concludere che i risultati indichino tratti quando invece possono essere risposte reattive a circostanze insolite.

È dunque indispensabile che il test o la batteria di test vengano preceduti da un colloquio informativo che potrà essere condotto con il solo periziando, nel caso di adulti e adolescenti, o preceduto da un incontro con i genitori, nel caso di minori.
Proponiamo alcuni suggerimenti per la conduzione del colloquio esplorativo, integrando le indicazioni dell’American Psychological Association (Banks e Butcher, 2020):

• spiegare il senso delle modifiche ambientali, raccogliendo il feedback del periziando in relazione all’età e i suoi vissuti rispetto al nuovo setting;

• informarsi sull’impatto della pandemia e delle relative disposizioni restrittive nella vita quotidiana del periziando;

• indagare l’eventuale coinvolgimento personale/familiare/di vicinato/scolastico/amicale nell’infezione da coronavirus: gravità della forma infettiva ed esiti;

• verificare modificazioni della quotidianità: cambiamenti della routine (è stato possibile mantenere una routine? come si svolge la giornata?);

• esplorare la qualità dei rapporti con i coabitanti (partner, genitori, fratelli, figli);

• domandare se sono stati mantenuti e, se sì in che modo, i rapporti a distanza con le altre figure significative (altro genitore, nonni, zii, insegnanti, compagni di scuola);

• chiedere come viene percepita la qualità del proprio umore e del proprio vissuto rispetto alla situazione esistenziale da parte del periziando, se è un adulto o un adolescente;

• indagare come viene percepita la qualità dell’umore e del vissuto del minore da parte del genitore e come vive il genitore stesso la propria condizione esistenziale del momento.

4.2. SOMMINISTRAZIONE ONLINE

Nel caso si decida per la somministrazione on line, sia tramite piattaforma appositamente ideata dalle case editrici specializzate, sia tramite presentazione delle tavole con condivisione dello schermo, occorrerà preliminarmente
determinare se il soggetto sia in grado di affrontare la prova mantenendo la concentrazione e l’attenzione al compito, anche previa osservazione, specialmente nel caso di minori.
La valutazione tramite test, con maggiore enfasi nel caso di somministrazione online, è raccomandata per bambini al di sopra dei sette anni. Al di sotto di questa  età l’applicazione dei test è a stretta discrezione del clinico. In ogni caso è bene prevedere la possibilità di interrompere e riprendere dopo qualche tempo di riposo la presentazione del materiale testale o di completare la prova in sedute diverse.
È buona norma concordare con il genitore presso cui il bambino è collocato al momento dell’esame alcuni accorgimenti. Integrando quelli indicati dall’American Psychological Association (Banks e Butcher, 2020) e dalla Inter Organizational Practice Committee (2020) si suggerisce quanto segue:

• il bambino dovrebbe seguire la tipica routine mattutina scolastica / di apprendimento nel giorno del test;

• il bambino dovrebbe svegliarsi almeno un’ora prima del test, fare colazione e/o assumere i farmaci prescritti (laddove previsto);

• il genitore dovrebbe provvedere a rimuovere dalla stanza in cui si svolgerà l’esame giocattoli, altri schermi, dispositivi elettronici non necessari, animali domestici, per evitare ogni occasione di distrazione;

• allo scopo di evitare ulteriori distrazioni conviene oscurare il riquadro nel quale il periziando può vedere se stesso;

• il genitore dovrebbe garantire che lo spazio in cui avviene la somministrazione sia adeguato alla sua esecuzione (stanza, tavolo, scrivania);

• il testista dovrà informare il genitore che il bambino eseguirà i test in autonomia, con la supervisione video del testista;

• il testista dovrà sensibilizzare l’adulto alla necessità di limitare e controllare le interferenze da parte dell’ambiente circostante e mantenere la riservatezza dell’incontro, proteggendo lo spazio della consultazione da irruzioni di altri adulti o bambini;

• al contempo, verrà chiesto al genitore di rimanere in stretta prossimità e disponibile telefonicamente per il testista in caso di necessità.

Fatte queste considerazioni, i CTU dovrebbero valutare i benefici e i limiti della presenza dei genitori, particolarmente in ragione del contesto giuridico e potenzialmente conflittuale nel quale la consultazione, nel caso di specie, si svolge.

4.3. QUALI TEST SONO SOMMINISTRABILI DA REMOTO

È acquisito in letteratura (inter alia: Di Nuovo, Inturri e Longo, 2014; Erard e Evans, 2016) che un assessment multi-metodologico, composto da test differenti (selfreport, performance-based, narrativi, cognitivi, ecc.) permette di acquisire informazioni più articolate e attendibili del funzionamento delle persone. Tuttavia, nella condizione attuale è preferibile una batteria ristretta di test, che non richiedano tempi di compilazione eccessivamente lunghi; ciò al fine di contenere tempi e capacità attentiva.
Pertanto, verranno fornite informazioni solo sui test che rispondono ai criteri sopra esposti.
Per esigenze diagnostiche particolari/specifiche (es. test che valutano ansia, depressione o test di livello) si suggerisce di visitare le piattaforme delle rispettive case editrici (Giunti, Hogrefe) per vagliare quelli disponibili e individuare quali siano somministrabili da remoto e quali solo in presenza.
Difatti, per alcuni test, i suddetti editori mettono a disposizione piattaforme che consentono la compilazione on-line. Nel contesto forense riteniamo importante che il testista avvii una videochiamata con l’esaminando nel corso della quale verrà:
1. condiviso lo schermo del computer, così da poterne visualizzare la compilazione;
2. inclusa in un riquadro la vista personale dell’esaminando e il contesto in cui si trova a compilare il test, in modo da garantirne l’autenticità.

Questionari self-report per la valutazione della personalità:
Adulti
PAI – Personality Assessment Inventory (Hogrefe Editore)
NEO-PI-3 – NEO Personality Inventory-3(Hogrefe Editore)
MMPI-2-RF Minnesota Multiphasic Personality Inventory – 2 Restructured Form (Giunti Psychometrics)
MCMI-III MillonClinicalMultiaxial Inventory – III (Giunti Psychometrics)
PSI-4-SF Parenting Stress Index – Fourth Edition (Giunti Psychometrics)

Adolescenti
NEO-FFI-3 – NEO Five Factory Inventory-3 (Hogrefe Editore)
MMPI-A Minnesota MultiphasicPersonality Inventory Adolescent (Giunti Psychometrics)

Per andare direttamente al portale di accesso della sezione online di:
• Giunti Psychometrics (https://www.internet-test.it/toIndex.do)
• Hogrefe (https://www.hogrefe-online.com/HTSEnvironment/main)

Per quanto riguarda il test di Rorschach non si ravvisano le condizioni ottimali per la somministrazione da remoto, pertanto è preferibile rimandare la somministrazione o svolgerla in presenza.
Nell’ambito dell’utilizzo del Rorschach la comunità scientifica individua due posizioni differenti. Secondo R-PAS, la somministrazione in remoto sarebbe possibile con una serie di accorgimenti precisi e dettagliati (Meyer et al., 2020) che la rendono comunque molto complessa.
Il Rorschach, per la qualità specifica del materiale, per la complessità della somministrazione (spontanea, inchiesta) e per l’insieme dei non test factors rappresenta un evento particolarmente informativo nell’ambito dei test
performance based.
Nell’ambito di assessment clinici, la maggiore alleanza con il paziente, motivato a comprendere gli aspetti critici del proprio funzionamento, favorisce l’apertura e la collaborazione nel fornire risposte, nel dare spiegazioni alle domande dell’inchiesta, nell’interagire più liberamente con il clinico e aiutarlo a chiarirsi eventuali dubbi su aspetti della siglatura.
In ambito forense, invece, non si può dimenticare che, malgrado l’approccio del testista possa essere empatico, le persone si trovano in un oggettivo “conflitto di  interessi”, incerte se aprirsi e farsi conoscere tramite i test o proteggersi dai test su cui non hanno controllo, come il Rorschach, dando protocolli chiusi e difensivi. La somministrazione in remoto diminuirebbe la possibilità di costruire la maggiore collaborazione possibile in contesto forense e l’osservazione dei non test factors rilevabili più chiaramente in presenza.
In attesa di una letteratura scientifica che dia indicazioni chiare e accreditate, è preferibile una somministrazione in presenza rispetto al remoto.
Per test di contenuto o narrativi, come il Blacky Pictures Test, il Thematic Apperception Test (TAT), il test di Roberts-2, Parents Preference Test (PPT), Wartegg (CWS), Separation Anxiety Test (SAT) e Test grafici si ritiene possibile la somministrazione da remoto. In questo caso sarà il testista a mostrare le tavole al periziando attraverso la condivisione del proprio schermo, come indicato dall’American Psychological Association (Wright, Mihura, Pade e McCord, 2020).
Per ciò che concerne le interviste semi strutturate come AAI, PAS, PSI la metodologia di somministrazione è compatibile con la somministrazione da remoto.
Le soluzioni alternative fin qui evidenziate per quanto riguarda la modifica dei materiali e delle procedure dei test per ovviare al distanziamento fisico non devono compromettere la sicurezza dei test. Per questo motivo l’invio di materiali stimolo non è una soluzione praticabile, a meno che non sia approvato dall’editore del test nelle modalità sopra indicate. Eventualmente, la condivisione dello schermo da parte del testista può essere attuabile, poiché è più protettiva della sicurezza dei test.
Il testista, a maggior tutela del contesto, è invitato a produrre un’informativa al periziando relativa al divieto di registrare o fotografare il materiale somministrato o di audio/videoregistrare l’incontro.
I software di videochiamate informano i partecipanti quando uno degli utenti sta effettuando la registrazione schermo o limitano questa funzione all’Host della chiamata.
La piattaforma utilizzata può essere considerata responsabile esterno dei dati in quanto s’impegna a garantire protezione della riservatezza. Solo le piattaforme a pagamento permettono queste garanzie.

4.4. SOMMINISTRAZIONE IN PRESENZA

Nel caso in cui, dopo attenta e scrupolosa valutazione, si ritenga essenziale e improrogabile la somministrazione in presenza, sarà possibile somministrare tutti i test.
Tuttavia, sarà necessario attuare alcuni accorgimenti, fermo restando il dovere al rispetto delle precauzioni indicate dall’Autorità competente, per cui:

• Periziando e testista dovranno garantire la distanza di sicurezza prevista dalle disposizioni di legge al momento della somministrazione del test, eventualmente interponendo la scrivania tra di loro. Questo vale anche per la somministrazione il test del Rorschach, così come indicato anche dagli autori R-PAS (Meyer et al., 2020). Per questo motivo, in ogni caso in cui la somministrazione venga fatta a bambini sarà necessario valutare ulteriormente di volta in volta la capacità di restare seduti alla scrivania. In questo senso, è bene preparare i genitori affinché diano al bambino istruzioni precise, oltre a creare un momento in cui anche il testista spieghi i motivi per cui è necessario mantenere la distanza (es. “facciamo il gioco di stare lontani”);

• Entrambi dovranno indossare mascherine e guanti;

• Il testista procederà alla disinfezione del materiale testale e rassicurerà il periziando dell’avvenuto rispetto delle procedure di sanificazione.

• Si consiglia di posizionare un cartello ben visibile all’ingresso dello studio per avvisare i pazienti della necessità di disinfettare le mani e indossare i guanti messi a disposizione dallo psicologo.
Dopo aver proceduto al colloquio esplorativo in merito alla situazione attuale il testista informerà il periziando della possibilità di procedere secondo due modalità  all’esecuzione del test: il materiale testale viene sottoposto dal testista secondo la classica modalità di somministrazione, oppure, per coloro che vivono con disagio anche questo minimo contatto, il materiale testale viene inserito all’interno di un contenitore posizionato sulla scrivania così che sia il periziando, in modo autonomo, a manipolarlo.

La sindrome del carcerato

In questi giorni leggiamo su numerosi articoli (più o meno scientifici) come la nostra attuale condizione di quarantena sia paragonata alla cd. “Sindrome del Carcerato“.

Ma di cosa si tratta? A cosa fa riferimento? Il termine usato racchiude varie forme di disagio, che possono insorgere in tempi diversi della carcerazione e con modalità diverse a seconda delle caratteristiche socio-culturali e personologiche dei soggetti.

In questo articolo presento una sintetica disamina delle varie Sindromi Penitenziarie. Buona lettura!

 

“Il carcere è un momento di vertigine. Tutto si proietta lontano: le persone, i volti, le aspirazioni, i sentimenti, le abitudini, che prima rappresentavano la vita, schizzano all’improvviso da un passato che appare subito remoto, lontanissimo, quasi estraneo” (Ceraudo, 1997)

Con l’ingresso in carcere il soggetto perde il ruolo sociale che prima aveva, viene privato dei suoi effetti personali, di uno spazio personale, della capacità di decidere autonomamente; perde il contatto quotidiano con la famiglia e con gli amici ed inizia a pensare a cosa accade loro mentre lui è lì.

La capacità di stare in carcere non è semplice. Goffman (1961) ha individuato quattro forme di adattamento, tra cui in genere la maggior parte dei detenuti oscilla in una progressione consequenziale.

  1. Adattamento intransigente: il detenuto entra volontariamente in urto con l’istituzione rifiutando qualsiasi forma di collaborazione. Si considera in guerra con essa, partecipa e promuove scioperi, sommosse ed evasioni. Secondo Goffman, si assisterebbe a questo tipo di comportamento in particolar modo durante la fase iniziale e sarebbe una reazione temporanea al primo periodo di reclusione.
  2. Adattamento regressivo: il detenuto concentra la propria attenzione solo su se stesso. Si ritira in un mondo personale, indirizzando le proprie facoltà esclusivamente nel soddisfacimento dei bisogni fisici. Si disinteressa della propria situazione giuridica, ignora i legami col mondo esterno, è profondamente indifferente a quanto avviene intorno a lui. Tende a rifiutare tutte le forme di socialità rinchiudendosi in se stesso e isolandosi quasi completamente dalla vita di relazione dell’Istituto. Il ritiro dalla situazione è di solito causato dalla constatazione della propria impotenza a lottare contro il Sistema.
  3. Adattamento ideologico: il detenuto accetta o finge di accettare senza riserve la condanna inflittagli, comportandosi da “detenuto modello”. Oltre alla condanna accetta o finge di accettare la disciplina carceraria adeguandovisi. E’ in prima linea durante le cerimonie carcerarie, collabora con l’equipe, nei riguardi dei compagni assume l’aspetto dell’uomo rassegnato e tende ad essere di esempio morale.
  4. Adattamento entusiastico: il detenuto accetta completamente la realtà carceraria come unica possibile, costruisce la propria esistenza sulla base della prassi istituzionale, ignorando quasi completamente la vita esterna percepita come pericolosa e quindi temuta.

Sindromi detentive

Il contesto carcerario spesso è una variabile favorevole a rendere il disagio psichico la “miglior soluzione” ad una condizione di vita particolarmente difficile. Numerosi studi hanno rilevato forme morbose psicopatologiche caratterizzate dal legame esistente tra la loro insorgenza e lo stato di detenzione: esistono cioè vere e proprie forme di disagio con sintomi caratteristici che insorgono in individui in detenzione e che non si osservano in altri ambienti. Queste patologie vanno dalla comune reazione ansioso-depressiva sino alla “Sindrome di Ganser”.

Inoltre, durante la detenzione insorgono modificazioni sensoriali:

  • le dimensioni della cella trasformano lo sguardo da “lungo” a “corto” alterando la vista;
  • l’olfatto si anestetizza perchè l’odore del carcere è pesante, stagnante, uniforme;
  • l’udito si acutizza, connettendosi però con l’emozione della paura (il rumore delle sbarre, dei cancelli, delle chiavi, delle grida, dei lamenti) e paradossalmente sopraggiunge la sordità come difesa;
  • la privazione del contatto con vari tipi di materiali (es, vetro, metallo) riduce la gamma tattile.

In carcere la giornata è fortemente ritualizzata, tutto sempre uguale. Col passare del tempo possono emergere alterazioni del linguaggio, del movimento, della sessualità. Inoltre l’isolamento, che si traduce in carenza di interazione tra interno ed esterno e privazione degli stimoli, facilitano il deterioramento mentale.

Le due forme psicopatologiche più note e importanti sono le seguenti.

  • Sindrome di Prisonizzazione

Essa rappresenta ciò che Clemmer (1940) definisce un “processo di erosione dell’individualità” a vantaggio di un progressivo adattamento alla comunità carceraria. La prisonizzazione, in altri termini, si identifica nell’assunzione delle abitudini, usi e costumi dell’esperienza carceraria sull’individuo, attraverso un processo di assimilazione da parte del detenuto delle norme e dei valori che governano ogni aspetto della vita interna al penitenziario. Il soggetto abbandona il suo modo di essere, le sue cose, il suo stile di pensiero e comportamentale: abbandona, cioè, il modo di rappresentarsi a se stesso e agli altri e dovrà ridefinirsi, non solo rispetto a se stesso ma anche verso i nuovi compagni, lasciando spazio alla “discultura” (perdita dei valori che il soggetto aveva prima dell’internamento). Accanto allo sviluppo di nuovi modi di mangiare, vestirsi, parlare, lavorare, si assiste alla divulgazione ed all’assunzione di ideologie diverse, spesso di tipo malavitoso e criminale.

Affinchè l’istituzione penitenziaria riesca a funzionare (soprattutto in termini di ordine e di controllo), si tende a procedere verso un’uniformità degli atteggiamenti e dei comportamenti dei detenuti; i bisogni, i desideri e le esigenze personali del soggetto sono, così, annullati e sostituiti da altri eteroindotti e più coerenti con le finalità della struttura detentiva.

La Sindrome di Prisonizzazione può svilupparsi in modo più o meno intenso a seconda della personalità del soggetto e, soprattutto, a seconda del mantenimento delle relazioni interpersonali con le persone esterne.

  • Sindrome di Ganser

Questa patologia è la più tipica, anche se non così frequente ed esclusiva del regime detentivo.

Si tratta di una forma dissociativa caratterizzata da amnesia per il periodo nel quale si manifestano i sintomi. Si verifica una produzione volontaria di sintomi psicologici che tende al peggioramento quando il paziente è consapevole di essere osservato. Questi sintomi sono:

  • risposte approssimative, alla rovescia o di traverso;
  • alterazione degli stati di coscienza, stati sognanti o crepuscolari;
  • sintomi somatici o di conversione;
  • allucinazioni;
  • amnesia dell’episodio;
  • febbre tifoide o grave trauma emotivo.

Nel contesto penitenziario, quando ci si trova di fronte a tale condizione spesso si procede ad effettuare una diagnosi differenziale con la simulazione, per scongiurare una mistificazione con finalità manipolatorie volte all’ottenimento di benefici.

Attualmente tale Sindrome è inserita nel DSM-5 come “Disturbo Dissociativo con altra specificazione“.

Altre sindromi detentive

  • Sindrome da Innocenza: negazione totale o parziale della propria responsabilità rispetto al reato e/o percezione della pena come troppo grave in relazione al reato; in genere compaiono minimizzazione, razionalizzazione, proiezione.
  • Sindrome dell’Amnistia o della Grazia: convinzione, inadeguata rispetto alla situazione reale, di ottenere una riduzione del periodo di detenzione o addirittura una cancellazione della pena.
  • Sindrome del Guerriero e del Giustiziere: la speranza di uscire viene sostituita con un’affermazione narcisistica di sè attraverso il controllo violento sugli altri o identificandosi con la giustizia, diventando loro stessi giudici ed esecutori delle pene.
  • Sindrome Persecutoria: le particolari condizioni della vita penitenziaria possono essere facilitatori rispetto ad atteggiamento di sospetto e senso di persecuzione da parte di altri detenuti, agenti di custodia, o del sistema-giustizia in generale.

Autolesionismo

Le condotte autolesive nel contesto carcerario possono essere originate da:

  • cause psichiche (ovvero sintomo di un più ampio disagio mentale);
  • cause emotive (atto istintivo di protesta);
  • cause razionali (atto deliberato diretto ad ottenere in modo strumentale un beneficio giudiziario o penitenziario.

A prescindere dall’origine, il comportamento autolesionista rappresenta un gesto disperato finalizzato al sentirsi vivi: il dolore fisico diventa il mezzo di contatto con la realtà ed il corpo, in un luogo ove la mente viene costantemente misconosciuta, è l’unico mezzo preso immediatamente in considerazione. Siamo di fronte a quanto Gonin (1994) descrive come il martirio del corpo incarcerato.

Suicidio

Il suicidio di un detenuto porta con sè caratteristiche ben diverse rispetto all’atto eseguito da un uomo libero: quelli che, per la popolazione “libera” sono frequenti fattori di rischio (precedenti tentativi di suicidio, disturbi psichici, tossicodipendenza, emarginazione sociale) sono molto più rappresentati in quella carceraria.

Come ricorda Ponti (1999), inoltre, detenzione significa isolamento dalla società, lontananza dagli affetti, impatto con i valori della sottocultura violenta dominanti nell’ambiente carcerario.

Talvolta in carcere assistiamo al cosiddetto para-suicidio, che rappresenta il tentativo da parte del soggetto di sopprimersi, ma non riflette la reale volontà di portare a termine il gesto. Esso, di fatto, è un atto strumentale e manipolatorio nei confronti dell’ambiente circostante, al fine di ottenere benefici/vantaggi o di attirare l’attenzione.

Il gesto suicida di un soggetto carcerato può avere vari significati, come sottolinea Baechler (1989):

  • Fuga: il soggetto, attentando alla propria vita, cerca di fuggire da una situazione percepita come insopportabile;
  • Lutto: il soggetto attenta alla propria vita in conseguenza della perdita (reale o immaginaria) di un effettivo elemento della sua personalità o dell’ambiente circostante;
  • Castigo: il soggetto attenta alla propria vita per espiare un errore o una colpa, reale o immaginaria;
  • Delitto: il soggetto attenta alla propria vita per trascinare con sè, nella morte, un’altra persona;
  • Vendetta: il soggetto attenta alla propria vita sia per provocare il rimorso altrui, sia per infliggere all’altro l’infamia della comunità;
  • Richiesta e ricatto: il soggetto attenta alla propria vita per far pressione sull’altro, ricattandolo;
  • Sacrificio e passaggio: il soggetto attenta alla propria vita per raggiungere un valore o una condizione percepita come superiore;
  • Ordalia e gioco: il soggetto attenta alla propria vita per mettere in gioco se stesso, e organizza una sorta di “sfida” al destino, in modo tale da rimettere la scelta tra la propria vita e la morte ad un’entità metafisica.

Vertigine da uscita

Quando il soggetto è in procinto di essere scarcerato, può essere pervaso da stati di ansia e di agitazione psico-motoria, oltre ad una polarizzazione su pensieri di vario genere (difficoltà della vita del mondo esterno, possibilità di reiterare il reato, timore di non essere in grado di tornare alla quotidianità, etc).

Il detenuto che sta per lasciare l’Istituto sperimenta la paura per ciò che possiamo definire “estraniamento“, ovvero l’incapacità di adeguarsi ai mutamenti della vita sociale e di conseguenza ad un nuovo contesto dopo la scarcerazione. Quando i sentimenti di inadeguatezza (rispetto al reinserimento sociale e/o familiare e al ripristino di un ruolo che è stato sospeso per un tempo) raggiungono un grado di angoscia molto alto, i soggetti possono ricorrere a comportamenti autolesivi o a veri e propri tentativi di suicidio.

Alcuni soggetti, la maggior parte di loro anziani, senza famiglia e con scarse possibilità di reinserimento sociale/lavorativo, vivono con particolare sconforto la separazione dall’istituzione che viene percepita, paradossalmente, quale luogo sicuro. Spesso vengono agiti comportamenti tesi a rimandare la scarcerazione.

Sospensione attività in studio

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In seguito al DPCM dell’08.03.2020, il nostro Ordine Professionale ha invitato tutti noi psicologi operanti nelle zona ad alto rischio di ridurre l’attività “de visu” prediligendo sedute psicologiche e psicoterapeutiche via telefono o con video-chiamate.

In tal senso, ho scelto di sospendere temporaneamente le consulenze in studio, sia giuridiche che cliniche, garantendo comunque il mio servizio attraverso gli strumenti di Skype e Whatsapp.

Per prenotare una consulenza, inviare mail a info@ceciliapecchioli.it o contattare telefonicamente al 3663412005.

In questa situazione difficile per tutti, scegliamo di agire responsabilmente.

Grazie per la collaborazione.

 

La Carta dei Diritti dei Figli nella separazione dei genitori

copertina carta diritti figli separazione

Pochi giorni fa è stata presentata a Roma la “Carta dei Diritti dei Figli nella separazione dei genitori”. A farlo è stata l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza Filomena Albano. Il documento presenta 10 punti fermi che individuano altrettanti diritti di bambini e ragazzi alle prese con un percorso che parte dalla decisione dei genitori di separarsi.

I principi fondanti della Carta sono ispirati alla Convenzione Onu sui diriti dell’infanzia e dell’adolescenza.

Così ha detto l’Autorità garante: “I bambini ed i ragazzi hanno diritto a preservare le relazioni familiari, a non essere separati dai genitori, a mantenere rapporti regolari e frequenti con ciascuno di essi e, soprattutto, ad essere ascoltati su questioni che li riguardano“.

Per la stesura della Carta sono stati ascoltati i ragazzi che fanno parte della Consulta dell’ Agia, oltre ad esperti del settore giuridico, sociale, psicologico e pedagogico.

Il documento sarà inviato alle agenzie educative, ai consultori, ai tribunali, agli ordini professionali ed alle associazioni.

Il documento promuove la centralità dei figli proprio nel momento della crisi di coppia. I genitori, pur se separati, non smettono di essere genitori. Ogni genitore deve poter rappresentare un faro, un riferimento, la prima persona a cui il figlio pensa di rivolgersi in caso di difficoltà e per condividere gioia ed entusiasmo. Affinchè si possano aiutare i figli, bisogna renderli consapevoli che nel cuore e nella testa dei genitori c’è un posto speciale per loro.

Ecco, in sintesi, i 10 punti/diritti presenti nella Carta:

  1. I figli hanno il diritto di continuare ad amare ed essere amati da entrambi i genitori e di mantenere i loro affetti;
  2. I figli hanno il diritto ad essere figli e di vivere la loro età;
  3. I figli hanno il diritto di essere informati ed aiutati a comprendere la separazione dei loro genitori;
  4. I figli hanno il diritto di essere ascoltati e di esprimere i loro sentimenti;
  5. I figli hanno il diritto di non subire pressioni da parte dei genitori e dei parenti;
  6. I figli hanno il diritto che le scelte che li riguardano siano condivise da entrambi i genitori;
  7. I figli hanno il diritto di non essere coinvolti nei conflitti tra i genitori;
  8. I figli hanno il diritto al rispetto dei loro tempi;
  9. I figli hanno il diritto di essere preservati dalle questioni economiche;
  10. I figli hanno il diritto di ricevere spiegazioni sulle decisioni che li riguardano.

La Carta dei Diritti dei Figli nella separazione dei genitori è scaricabile qui 

Scegliete bene il vostro Consulente Tecnico di Parte (CTP)

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In uno dei miei primi articoli ho spiegato quali sono i possibili ruoli dello psicologo in ambito forense ( https://ceciliapecchioli.it/giuridica/il-ruolo-dello-p…ntesto-giuridico/ ).

Vorrei concentrarmi oggi sulla figura del Consulente Tecnico di Parte (CTP) portando all’attenzione un’esigenza che, a mio parere, sta diventando sempre più impellente.

Come sappiamo, il nostro Codice di Procedura Civile prevede che «Il Giudice Istruttore, con l’ordinanza di nomina del consulente, assegna alle parti un termine entro il quale possono nominare, con dichiarazione ricevuta dal cancelliere, un loro consulente tecnico. Il consulente della parte, oltre ad assistere a norma dell’articolo 194 alle operazioni del consulente del giudice, partecipa all’udienza e alla camera di consiglio ogni volta che vi interviene il consulente del giudice, per chiarire e svolgere, con l’autorizzazione del presidente, le sue osservazioni sui risultati delle indagini tecniche.» (art. 201 c.p.c.)

Il CTP, di fatto, non è altro che un libero professionista, di regola operante in un determinato campo tecnico e/o scientifico, al quale una parte in causa -attuale o potenziale- conferisce un incarico peritale in quanto ritiene l’incaricato esperto in uno specifico settore. Non esistono tuttavia particolari preclusioni o indicazioni, nel Codice di Procedura Civile, con riferimento ai CTP, e questo nel corso del tempo ha creato non poche problematiche.

Il Consulente di Parte assume un ruolo fondamentale per la risoluzione di questioni che, sempre più spesso, dipendono da valutazioni di carattere tecnico molto precise, specie quando sono coinvolti dei minori.

A differenza del CTU, che (purtroppo non in tutte le Regioni) prevede un iter formativo ed esperenziale specifico, valutato poi da una apposita Commissione tecnica che approva l’inserimento in un albo dedicato, il CTP non ha regole a cui riferirsi, è lasciato “al caso”.

L’assenza di un protocollo che stabilisca i requisiti per lavorare come CTP ha creato una situazione a dir poco pericolosa, in cui moltissimi colleghi si spacciano esperti essendo “solo” psicologi, e quindi non sanno come muoversi, cosa osservare, cosa contestare, come tutelare il loro cliente e, soprattutto, i minori coinvolti.

Purtroppo, alla leggerezza che molti colleghi dimostrano nel prendere in carico casi per i quali non hanno la dovuta preparazione, si aggiunge la scarsa informazione, che porta il cittadino e/o il legale a scegliere in modo casuale lo psicologo a cui affidare l’incarico, valutandolo in base a conoscenze personali o alla parcella più bassa.

La commistione di questi elementi ha portato, oggi, all’arrivo presso il nostro Ordine di tantissimi esposti a carico di colleghi che hanno svolto attività di CTP senza avere alcuna competenza, ma soprattutto pone i clienti in una condizione di rischo enorme e, purtroppo, a volte anche ad esiti infausti.

Vero è che esistono documenti ufficialmente riconosciuti contenenti “buone prassi” per l’esercizio della professione di psicologo forense, ma questi non sono sufficienti laddove il collega è carente di competenze in materia.

Da anni sostengo la necessità di definire un protocollo che delinei in modo specifico la figura del CTP, alla stregua di quella del CTU: più volte ho portato all’attenzione delle Istituzioni il problema, sottolineando la complessità e la delicatezza di questo lavoro, che è completamente diverso da quello del clinico e richiede necessariamente conoscenze specifiche sulle procedure, sul contesto, sull’operatività.

Nella speranza di trovare la migliore strada per concretizzare la mia proposta tecnica, ritengo doveroso invitare i cittadini e gli avvocati a fare una scelta ponderata dei colleghi a cui affidare un incarico di CTP.

Verificate le competenze del collega che avete individuato. Fatevi inviare il CV, in cui controllare sia la parte formativa (deve esserci almeno un corso in materia di psicologia giuridica) sia la parte esperenziale (chi svolge questa attività, anche se è alle prime armi, ha la possibilità di elencare nel proprio CV i numeri dei procedimenti a cui ha partecipato, anche solo come osservatore o tecnico ausiliario di un CTU o del Tribunale).

Non fatevi abbindolare da parcelle molto basse, il lavoro di CTP ha una durata minima di almeno 3 mesi e si dipana su più livelli di operatività, pertanto è lecito e plausibile che il compenso sia proporzionato all’intensa attività da svolgere.

Non affidatevi a conoscenze trasversali, controllate sempre che anche lo psicologo “amico dell’amico” sia formato in psicologia giuridica.

E, cari colleghi, se volete spendervi in questo settore, formatevi, o quantomeno, fatevi supervisionare da chi ha competenza.

Il Coordinatore Genitoriale

Il Coordinatore Genitoriale (Co.Ge.) è una nuova figura da poco utilizzata nel nostro Paese, (e ancora priva di una normativa che la regolamenti appieno) nell’ambito delle separazioni e divorzi ad alta conflittualità.

Il Co.Ge. è un professionista avente il compito di monitorare e sorvegliare i comportamenti di quei genitori che, benché dotati di buone capacità educative ed affettive verso la prole, a causa della loro accesa conflittualità , non hanno la giusta lucidità per tutelare il benessere psico-fisico dei loro figli, con il conseguente rischio di arrecare loro gravi disagi e danni evolutivi.

Parliamo quindi di casi in cui, seppur viene mantenuto il regime di affido condiviso, si ritiene necessaria una supervisione definita e scandita nel tempo dei genitori, vigilando sul loro approccio al progetto genitoriale in tutti i suoi aspetti, verificando il rispetto delle condizioni relative ai bisogni educativi dei figli e alle loro esigenze di salute, cura ed assistenza, così da garantire loro una sana crescita psico-affettivo-relazionale.

Il Co.Ge. è un soggetto terzo ed imparziale generalmente nominato dal Giudice che, da un lato, si adopera per evitare conseguenze dannose del conflitto sui figli e, dall’altro, favorisce la cooperazione tra i genitori lavorando su una riduzione dei contrasti.

Si tratta di un approccio professionale strutturato attraverso cui si assistono quei genitori caratterizzati da un elevato grado di ostilità, con il fine di attuare programmi personalizzati di risoluzione dei contrasti e ricostituire una genitorialità responsabile e rispondente alle esigenze della prole.

Possiamo considerare la Coordinazione Genitoriale come un processo di ADR (Alternative Dispute Resolution) che ha come fine primario l’interesse dei minori coinvolti nel conflitto genitoriale: l’intervento, pertanto, verterà e rimarrà sempre centrato sul benessere psico-fisico del bambino a cui deve essere garantita la massima tutela. Il Co.Ge. quindi supporterà i genitori litigiosi per dirimere e superare i contrasti una volta che il giudice abbia disposto i provvedimenti relativi all’affidamento e a tutte le questioni inerenti i minori.

Il Co.Ge. deve essere una figura super partes, quindi non deve aver avuto precedenti rapporti con la coppia genitoriale in qualità di consulente legale, terapeuta, CTP, CTU o mediatore. Potrà dare assistenza al Giudice ma solo nell’ambito del proprio ruolo.

La figura del Co.Ge. si distingue da quella del mediatore familiare in quanto:

  • ha un ruolo attivo di supervisore, moderatore dotato di funzioni di assistenza, controllo ed organizzazione;
  • si cura di seguire e supportare la coppia genitoriale nella fase di esecuzione del programma stabilito, qualunque ne sia la fonte (giudiziale o concordata inter partes).

In genere, la figura del Co.Ge. viene disposta dal Giudice (anche su suggerimento del CTU): in questi casi i suoi poteri derivano direttamente dal provvedimento giudiziario.

E’ possibile, però, che questo incarico derivi dalla sottoscrizione di un libero accordo tra i genitori al fine di dirimere le difficoltà gestionali dei figli scaturenti dall’alto tasso di conflittualità.

Compito del Co.Ge., a prescindere dalla provenienza dell’incarico, è quello di far rispettare il piano genitoriale in tutti i suoi aspetti di fondamentale importanza per la prole, da quelli relativi alla salute, istruzione, educazione sino ad un sano sviluppo psico-socio-affettivo. Nel caso si dovessero ravvisare gravi rischi per i minori (quali violenza, abusi, maltrattamenti, etc), il Co.Ge. dovrà adottare a loro tutela le opportune misure, oltre a segnalare il problema alle Autorità Giudiziarie competenti ed ai Servizi Sociali.

Questa figura nasce negli USA negli anni ’90, e nel 2005 è stata ufficialmente regolamentata grazie alla redazione delle Linee Guida dell’Association of Family and Conciliation Courts (AFCC): si tratta di raccomandazioni e suggerimenti, non regole vincolanti, finalizzate a diffondere buone prassi, competenze e formazione altamente specializzata nel settore. Il Co.Ge., in base a questo documento, ha possibilità di agire in difformità dalle linee guida esclusivamente per motivi giustificati dall’interesse della prole; diversamente, non ha margini di discrezionalità.

In Italia la figura del Co.Ge. ha destato molto interesse e anche un’acceso dibattito a seguito di due importanti provvedimenti che hanno introdotto il supporto del Co.Ge. in casi di genitori molto litigiosi che non riuscivano a mettersi d’accordo sulla gestione dei figli, provocando loro disagi evolutivi.

  1. Decreto del Tribunale di Milano, Sezione IX, del 29.07.2016 (Pres. rel. est. Laura Cosmai):  nel caso in esame due genitori separati non riuscivano a gestire in modo adeguato il rapporto con la figlia minore, che secondo il CTU nominato dal Tribunale, a causa dell’elevata conflittualità genitoriale, era a rischio evolutivo per il suo sviluppo psico-fisico. In particolare, il padre lamentava comportamenti inadeguati da parte della madre, che, a sua volta, aveva richiesto l’affidamento esclusivo della minore; ma il Collegio , all’esito della Consulenza Tecnica d’Ufficio, disponeva l’affidamento condiviso, prevedendo però l’inserimento della figura del Co.Ge. Ed infatti il CTU aveva rilevato che “il migliore regime di affidamento è quello condiviso , in modo da garantire sia al padre che alla madre l’esercizio di una genitorialità completa , anche tenendo conto delle esigenze psicologiche della minore che vanno nel senso di una fruizione adeguata della coppia genitoriale”. Il Collegio aveva evidenziato, a seguito della CTU, che i genitori, nonostante il loro peculiare conflitto , sembrava avessero compreso che bisognava mutare i loro comportamenti a tutela della figlia che aveva diritto ad una “equilibrata crescita psico-fisica”. E pertanto il Tribunale, nella consapevolezza che , malgrado la conflittualità, padre e madre della minore avessero le buone competenze genitoriali e le capacità di comprendere il ruolo decisivo che una buona relazione tra i medesimi avrebbe potuto ricoprire allo scopo di evitare nella minore il rischio evolutivo, sentiti i consulenti, con l’accordo delle parti anche nell’individuazione del professionista, nominava un Co.Ge., quale figura maggiormente idonea a sostenerli nell’attuazione di un progetto di genitorialità condivisa , disponendo che il suo incarico venisse formalizzato con i genitori entro 45 giorni . Nel Decreto vengono indicati in maniera analitica i suoi compiti, tra cui, in particolare, quello di salvaguardare i rapporti tra i genitori e la minore, fornendo le opportune direttive correttive di eventuali comportamenti disfunzionali dei genitori rispetto al progetto di crescita e “autonomizzazione “della figlia dalle figure dei genitori e di coadiuvarli nelle scelte in tema di salute, di educazione della minore e di rispetto del calendario relativo alle modalità dell’esercizio di visita da parte del genitore non collocatario. Veniva stabilita la durata in carica del Coordinatore in due anni , con onere a carico dei genitori del suo compenso.
  2. Decreto del Tribunale di Mantova, I sezione civile, del 5.05.2017, Pres. Est. Bernardi: nell’ambito di una sentenza di separazione , in presenza di genitori molto conflittuali, ha disposto il ricorso alla figura del Co.Ge. con il compito di monitorare lo svolgimento dei rapporti genitori/figli e disporre eventuali correzioni a condotte genitoriali anomale e contrarie ai bisogni della prole. In tale caso il Tribunale disponeva l’affidamento condiviso, rilevando che non sussisteva inidoneità genitoriale che potesse indurre a ricorrere all’affidamento esclusivo, ma esisteva solo una elevata conflittualità . Il Tribunale quindi, aderendo a quanto prospettato dal CTU, nominava un Co.Ge. , con compenso a carico dei genitori , con mandato in scadenza al 31 gennaio 2018 e con il compito di relazionare sulla sua attività al Giudice Tutelare. In particolare, al Co.Ge. veniva affidato l’incarico di coadiuvare i genitori nelle scelte formative dei figli, vigilando sul rispetto del calendario delle visite del padre alla prole e, in caso di disaccordi, di assumere le decisioni opportune a tutela dei minori, nonché di controllare le relazioni genitori /figli al fine di fornire al padre e alla madre le dovute indicazioni correttive di loro comportamenti disfunzionali.

Il preludio della separazione

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Vi siete mai domandati come si arriva ad una separazione? Spesso questo momento viene vissuto come un “fulmine a ciel sereno“; in realtà il processo separativo è quasi sempre preceduto da una serie di segnali chiari ed inequivocabili che però non vengono adeguatamente decodificati ed attenzionati dalla coppia.

Continui malumori, prolungati silenzi, liti furibonde, spalle girate nello stesso letto, sono solo alcuni dei segnali che testimoniano la sofferenza di una coppia; ma ci sono i figli, la casa, gli impegni economici che spesso rappresentano la spinta a rimanere insieme, ignorando quel malessere che aleggia dentro e tra i partner.

Si tratta di un malessere cupo, sordo, nutrito da dispetti e disprezzi taciuti, da una sorta di “tristezza sincronizzata” che immobilizza i partner.

La coppia inizia a “perdersi di vista” sul piano affettivo e su quello sessuale: niente più comunicazioni di tipo emozionale ma semplici conversazioni di servizio legate al menage familiare. E il sesso diventa sempre più scadente fino ad esaurirsi del tutto.

I malumori e le insofferenze dilagano in tutte le stanze della vita di coppia e il dialogo diventa sempre più uno strumento punitivo, con contenuti ed intensità aggressivi, toni esacerbati e anche offensivi.

Ed iniziano a cambiare le abitudini della coppia, che piano piano tende a cercare in “altro” una forma di appagamento psico-corporeo alla mancanza dell’amore del proprio partner.

“Altro” può essere il lavoro, un contesto in cui iperinvestire così da avere una sorta di “intimità sostitutiva” anche con connotazioni erotizzate.

“Altro” può essere il mondo virtuale, che spesso diventa una dolce compagnia utile a lenire le frequenti solitudini mascherate, e che conferisce quella illusoria sensazione di potersi sottrarre all’infelicità coniugale.

“Altro” può essere l’alcool, il cibo, l’uso di droghe.

“Altro” può essere una relazione extraconiugale, che sia un’avventura sessuale priva di significato o una vera e propria relazione satellite, comunque un amore parallelo che permette il nutrimento di autostima, narcisismo, psiche e che paradossalmente alimenta la “stabilità di un matrimonio instabile“.

Tante sono oggi le coppie scompaginate sul piano affettivo-emotivo ma tristemente unite” nel silenzio e nella dimensione degli obblighi, che si stordiscono di tanto altro piuttosto che incontrarsi con i loro reali bisogni.

Ma quali sono le reali motivazioni per cui la coppia, già “separanda sul piano psichico“, decide di rimanere insieme?

Il senso del dovere spesso contribuisce a mantenere la coppia unita: evitare un dolore ai figli, una delusione ai propri genitori, incita la coppia alla finzione. Strategie confusive ma funzionali alla recita si intersecano così con elementi di realtà, alimentando il proprio senso di malessere.

Si tratta di una costante lotta tra il principio di piacere e quello del dovere, amplificata e nutrita dalle tante difficoltà del vivere quotidiano.

Ma quando la coppia è diventata il luogo dell’infelicità e del silenzio dei sensi, dell’assenza nella presenza, il principale motivo che spinge a rimanere insieme è uno: la paura della sofferenza.

La fine di un rapporto è uno tra gli eventi più dolorosi e destabilizzanti che l’essere umano possa sperimentare. Si tratta di un vero e proprio lutto in cui ciascun partner non solo perde l’altro ed il mondo costruito insieme, ma perde anche una parte di sè, quella parte della propria identità relativa al vivere in coppia.

Quando due partner decidono di vivere insieme, affrontano una mediazione, un adattamento personale in funzione della vita coniugale. Si inizia, quindi, a condividere la propria quotidianità con un individuo che prima di allora era un perfetto sconosciuto, e questo comporta inevitabilmente non solo una ridefinizione delle proprie abitudini, ma anche una ristrutturazione di personalità.

Separarsi quindi significa soffrire e far soffrire, ma significa anche “destrutturarsi” e ricostruire la propria identità in una nuova prospettiva, fatta di nuove abitudini, di nuovi ritmi, di nuove sfide da affrontare. Significa lasciare il certo per l’incerto, e questo è un altro elemento che genera grande paura nelle persone.

E’ importante sottolineare che spesso molte coppie si formano sulla base di scelte inconsce, spesso non aderenti alla realtà, scelte che soddisfano altri bisogni quali, ad esempio, il bisogno di allontanarsi dalla propria casa, di diventare genitori, ed in questi casi il partner rappresenta solo un mezzo attraverso il quale realizzare i propri desideri.

Altre coppie, invece, si scelgono sperando poi che l’altro magicamente cambi, si modifichi in funzione dell’amore; questo spesso non avviene e l’illusione d’amore si trasforma nel tempo in una catastrofica scoperta di solitudine estrema.

Il malessere che dà inizio al processo separativo comincia più velocemente quando i partners si sono scelti in funzione di “scelte proiettive” e desideri inconsci, ma avviene anche nel momento in cui la fatica del vivere quotidiano e il disinvestimento sul legame d’amore prendono il sopravvento lasciando il rapporto in balia delle intemperie e delle seduzioni della vita.

Affinchè un legame duri, è necessario non smarrire la dimensione della cura, dell’accudimento, della creatività di gioco, della fantasia sessuale, tutte “spezie” necessarie al progetto d’amore.