Convivenza forzata: opportunità o rischio per la coppia?

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La convivenza forzata di queste settimane sta aumentando la probabilità che si slatentizzino verità taciute. La vita di coppia, che duri da poco o da tanto, si costruisce sulla presenza ma anche sull’assenza dell’altro. Sul fare cose insieme e sul farne altre senza la presenza del partner. Sugli spazi condivisi e su quelli privati: zone riservate ove all’altro non è concesso entrare.

La giusta distanza in amore è indispensabile per mantenere un buon equilibrio di coppia, per far sì che la relazione diventi longeva e briosa, oltre che per mantenere il desiderio sessuale.

Un “abuso temporale” dell’altro ed una convivenza forzata potrebbero facilitare liti, scambi efferati, fino a giungere anche a livelli di intolleranza e/o “saturazione psico-fisica”.

Gli spazi condivisi (non tutti possiedono grandi case e ambienti divisibili in base alle cose da fare, al bisogno di solitudine o banalmente all’umore del momento) diventano generatori di tensione e di ansia, la cosiddetta “ansia da condivisione“, rischiosa e frequente tanto quanto quella da separazione.

Divani da condividere per ore, telecomandi contesi, salotti e camere da letto trasformate in uffici da smart-working, pranzi e cene da preparare senza neanche più l’ossigeno di un ristorante nel fine settimana.

La maggior parte delle coppie è abituata a salutarsi al mattino per reincontrarsi alla sera. In questa fase di reclusione forzata i partner, con o senza figli, sono obbligati a ricalibrare i loro ritmi e a misurarsi con l’insidioso “effetto collaterale” della crisi di coppia da convivenza coatta.

Al fine di arginare lo spettro di possibili crisi coniugali, esistono alcuni accorgimenti; resta inplicito che lo “stato di salute” della coppia a fine quarantena dipenderà da come la coppia stessa stava prima di tutto questo. E’ comunque possibile lavorarci così da rendere questo momento un’opportunità di crescita e di consapevolezza.

Condividete i compiti

Al fine di evitare spunti per discussioni e scontri, è fondamentale creare un “planning” di tutte le attività da svolgere, dalle più “grosse” alle più banali. La gestione della casa è, anche in assenza di convivenza coatta, una delle principali fonti di lite nel rapporto a due. Prendete carta e penna e segnate quali sono tutti i passaggi che connotano la vostra giornata tipo: dal rifare i letti al preparare il pranzo, chi apparecchia e chi sparecchia, dalle pulizie alla spesa, agli eventuali compiti dei figli e/o giochi da fare con loro. Non date per scontata qualche attività, mettete per iscritto anche chi deve cambiare il rotolo della carta igienica in bagno. Sembra stupido, ma in una fase di stress e nervosismo (emozioni lecite e normali stante la situazione in cui ci troviamo) anche il rotolo può scatenare discussioni senza fine. Il planning delle attività è un modo per ridurre ai minimi termini tale possibilità.

Imparate a giocare insieme

La situazione che stiamo vivendo risucchia tantissime energie, soprattutto mentali. Distrarsi è un ottimo rigeneratore, specie se le distrazioni sono divertenti. Non s’intende fare qualcosa “da coppia”, ma proprio giocare. Individuate un hobby, un gioco in scatola, il momento di fitness, o i videogiochi, insomma qualcosa che possa essere fatto insieme e che esuli dai compiti di vita quotidiana. Fatto anche solo una volta a settimana, servirà a distendere i nervi e, perchè no, a ritrovare un po’ di complicità. 

Riconoscete il peso emotivo di questo momento con il vostro partner

Sentirsi stanchi, sopraffatti o spaventati davanti a qualcosa di nuovo e poco chiaro è assolutamente normale. Parlare con il proprio partner di come ci sentiamo può, in questi casi, aiutare molto ad alleggerirsi di un peso e a sentirsi meno soli. Scoprire che anche il proprio partner sta convivendo con altrettante emozioni difficili può essere un sollievo reciproco.

La trappola del controllo è dietro l’angolo

Come abbiamo detto sopra, la coppia si compone sia in presenza che in assenza dell’altro. Il lavoro, lo sport, gli amici sono le principali strade che permettono questo equilibrio o, per alcuni, sono vere e proprie “vie di fuga” da una relazione in cui ci si sente invischiati. Il rischio, in questa convivenza coatta, è che si attivino dinamiche di controllo sull’altro proprio in un momento in cui tali restrizioni impongono, al contrario, di lasciarlo libero. Le valvole di sfogo che abbiamo, fondamentali per mantenere viva la socialità e per dare un po’ di respiro alla mente, sono i cellulari: social, messaggi, telefonate rappresentano un sano momento di evasione per chi non può uscire di casa. Evitiamo di diventare paranoici! E, se vi è il sospetto di una relazione extraconiugale, questa è la miglior occasione per risvegliare l’attenzione ed il desiderio del vostro partner.

Fate sesso!

L’isolamento a cui ci costringe la pandemia, se da una parte può condurre alla riscoperta del partner, dall’altra può creare dubbi e incertezze. Un’eventuale ansia da prestazione, oltre alla frustrazione ed all’emotività di questo momento, possono determinare un calo del desiderio e/o problemi di tipo sessuale difficili da gestire, creando ulteriore disagio. In presenza di queste situazioni, parlarne con il partner è fondamentale, permette non solo di alleggerire il problema ma anche di trovare nell’altro un aiuto. Per rinnovare il rapporto è importante “giocare a carte scoperte”. Questa situazione è un’ottima opportunità per ritrovarsi e sperimentarsi in nuove formule e con nuove esperienze. La paura del contagio ed i figli sono solo scuse per eludere l’intimità. Volere è potere, basta creare nuove regole (ad esempio, stabilire che la mamma ed il papà hanno il diritto di chiudersi in camera per parlare) ed il gioco è fatto.

Non imbruttitevi nei vostri pigiami

Siamo costretti in casa, ma non siamo costretti a dimenticarci ciò che abbiamo nell’armadio nè come funziona il phon. La persona più importante della vostra vita è lì con voi e, per quanto vi abbia già visti nelle condizioni peggiori, è importante che possa godere anche della vostra bellezza. Prendersi cura di sè tenendosi in ordine in primis è un ottimo antidoto per affrontare al meglio l’ennesima giornata di reclusione. E’ un modo per sentirsi meglio ed per prendersi cura della propria relazione.

Create degli “spazi” individuali

In apertura abbiamo detto come l’equilibrio di una coppia si fondi tanto sulla presenza quanto sull’assenza dell’altro. La convivenza forzata sembra non offrire più questa possibilità? Sbagliato! Se riusciamo ad organizzare bene il ritmo delle nostre giornate, suddividendo bene il “tempo lavorativo” dal “tempo personale” e distribuendo al meglio i doveri del “tempo personale”, avrete l’opportunità di individuare uno spazio individuale. E’ determinante avere un momento, nell’arco della giornata, in cui “prendere fiato” e pensare a se stessi. Può essere il momento della doccia, della barba, può essere una fascia oraria che concediamo a noi e all’altro in cui dedicarsi a qualcosa di proprio, fosse anche stare seduti sul divano con un calice di vino in solitudine. E, se gli spazi non lo consentono, possiamo puntare la nostra sveglia una mezz’ora prima dell’ora in cui il resto della casa si alza per dedicarci a qualcosa che ci fa star bene, o raggiungere il proprio partner più tardi la sera per avere quello spazio necessario a ciascuno di noi.

La sindrome del carcerato

In questi giorni leggiamo su numerosi articoli (più o meno scientifici) come la nostra attuale condizione di quarantena sia paragonata alla cd. “Sindrome del Carcerato“.

Ma di cosa si tratta? A cosa fa riferimento? Il termine usato racchiude varie forme di disagio, che possono insorgere in tempi diversi della carcerazione e con modalità diverse a seconda delle caratteristiche socio-culturali e personologiche dei soggetti.

In questo articolo presento una sintetica disamina delle varie Sindromi Penitenziarie. Buona lettura!

 

“Il carcere è un momento di vertigine. Tutto si proietta lontano: le persone, i volti, le aspirazioni, i sentimenti, le abitudini, che prima rappresentavano la vita, schizzano all’improvviso da un passato che appare subito remoto, lontanissimo, quasi estraneo” (Ceraudo, 1997)

Con l’ingresso in carcere il soggetto perde il ruolo sociale che prima aveva, viene privato dei suoi effetti personali, di uno spazio personale, della capacità di decidere autonomamente; perde il contatto quotidiano con la famiglia e con gli amici ed inizia a pensare a cosa accade loro mentre lui è lì.

La capacità di stare in carcere non è semplice. Goffman (1961) ha individuato quattro forme di adattamento, tra cui in genere la maggior parte dei detenuti oscilla in una progressione consequenziale.

  1. Adattamento intransigente: il detenuto entra volontariamente in urto con l’istituzione rifiutando qualsiasi forma di collaborazione. Si considera in guerra con essa, partecipa e promuove scioperi, sommosse ed evasioni. Secondo Goffman, si assisterebbe a questo tipo di comportamento in particolar modo durante la fase iniziale e sarebbe una reazione temporanea al primo periodo di reclusione.
  2. Adattamento regressivo: il detenuto concentra la propria attenzione solo su se stesso. Si ritira in un mondo personale, indirizzando le proprie facoltà esclusivamente nel soddisfacimento dei bisogni fisici. Si disinteressa della propria situazione giuridica, ignora i legami col mondo esterno, è profondamente indifferente a quanto avviene intorno a lui. Tende a rifiutare tutte le forme di socialità rinchiudendosi in se stesso e isolandosi quasi completamente dalla vita di relazione dell’Istituto. Il ritiro dalla situazione è di solito causato dalla constatazione della propria impotenza a lottare contro il Sistema.
  3. Adattamento ideologico: il detenuto accetta o finge di accettare senza riserve la condanna inflittagli, comportandosi da “detenuto modello”. Oltre alla condanna accetta o finge di accettare la disciplina carceraria adeguandovisi. E’ in prima linea durante le cerimonie carcerarie, collabora con l’equipe, nei riguardi dei compagni assume l’aspetto dell’uomo rassegnato e tende ad essere di esempio morale.
  4. Adattamento entusiastico: il detenuto accetta completamente la realtà carceraria come unica possibile, costruisce la propria esistenza sulla base della prassi istituzionale, ignorando quasi completamente la vita esterna percepita come pericolosa e quindi temuta.

Sindromi detentive

Il contesto carcerario spesso è una variabile favorevole a rendere il disagio psichico la “miglior soluzione” ad una condizione di vita particolarmente difficile. Numerosi studi hanno rilevato forme morbose psicopatologiche caratterizzate dal legame esistente tra la loro insorgenza e lo stato di detenzione: esistono cioè vere e proprie forme di disagio con sintomi caratteristici che insorgono in individui in detenzione e che non si osservano in altri ambienti. Queste patologie vanno dalla comune reazione ansioso-depressiva sino alla “Sindrome di Ganser”.

Inoltre, durante la detenzione insorgono modificazioni sensoriali:

  • le dimensioni della cella trasformano lo sguardo da “lungo” a “corto” alterando la vista;
  • l’olfatto si anestetizza perchè l’odore del carcere è pesante, stagnante, uniforme;
  • l’udito si acutizza, connettendosi però con l’emozione della paura (il rumore delle sbarre, dei cancelli, delle chiavi, delle grida, dei lamenti) e paradossalmente sopraggiunge la sordità come difesa;
  • la privazione del contatto con vari tipi di materiali (es, vetro, metallo) riduce la gamma tattile.

In carcere la giornata è fortemente ritualizzata, tutto sempre uguale. Col passare del tempo possono emergere alterazioni del linguaggio, del movimento, della sessualità. Inoltre l’isolamento, che si traduce in carenza di interazione tra interno ed esterno e privazione degli stimoli, facilitano il deterioramento mentale.

Le due forme psicopatologiche più note e importanti sono le seguenti.

  • Sindrome di Prisonizzazione

Essa rappresenta ciò che Clemmer (1940) definisce un “processo di erosione dell’individualità” a vantaggio di un progressivo adattamento alla comunità carceraria. La prisonizzazione, in altri termini, si identifica nell’assunzione delle abitudini, usi e costumi dell’esperienza carceraria sull’individuo, attraverso un processo di assimilazione da parte del detenuto delle norme e dei valori che governano ogni aspetto della vita interna al penitenziario. Il soggetto abbandona il suo modo di essere, le sue cose, il suo stile di pensiero e comportamentale: abbandona, cioè, il modo di rappresentarsi a se stesso e agli altri e dovrà ridefinirsi, non solo rispetto a se stesso ma anche verso i nuovi compagni, lasciando spazio alla “discultura” (perdita dei valori che il soggetto aveva prima dell’internamento). Accanto allo sviluppo di nuovi modi di mangiare, vestirsi, parlare, lavorare, si assiste alla divulgazione ed all’assunzione di ideologie diverse, spesso di tipo malavitoso e criminale.

Affinchè l’istituzione penitenziaria riesca a funzionare (soprattutto in termini di ordine e di controllo), si tende a procedere verso un’uniformità degli atteggiamenti e dei comportamenti dei detenuti; i bisogni, i desideri e le esigenze personali del soggetto sono, così, annullati e sostituiti da altri eteroindotti e più coerenti con le finalità della struttura detentiva.

La Sindrome di Prisonizzazione può svilupparsi in modo più o meno intenso a seconda della personalità del soggetto e, soprattutto, a seconda del mantenimento delle relazioni interpersonali con le persone esterne.

  • Sindrome di Ganser

Questa patologia è la più tipica, anche se non così frequente ed esclusiva del regime detentivo.

Si tratta di una forma dissociativa caratterizzata da amnesia per il periodo nel quale si manifestano i sintomi. Si verifica una produzione volontaria di sintomi psicologici che tende al peggioramento quando il paziente è consapevole di essere osservato. Questi sintomi sono:

  • risposte approssimative, alla rovescia o di traverso;
  • alterazione degli stati di coscienza, stati sognanti o crepuscolari;
  • sintomi somatici o di conversione;
  • allucinazioni;
  • amnesia dell’episodio;
  • febbre tifoide o grave trauma emotivo.

Nel contesto penitenziario, quando ci si trova di fronte a tale condizione spesso si procede ad effettuare una diagnosi differenziale con la simulazione, per scongiurare una mistificazione con finalità manipolatorie volte all’ottenimento di benefici.

Attualmente tale Sindrome è inserita nel DSM-5 come “Disturbo Dissociativo con altra specificazione“.

Altre sindromi detentive

  • Sindrome da Innocenza: negazione totale o parziale della propria responsabilità rispetto al reato e/o percezione della pena come troppo grave in relazione al reato; in genere compaiono minimizzazione, razionalizzazione, proiezione.
  • Sindrome dell’Amnistia o della Grazia: convinzione, inadeguata rispetto alla situazione reale, di ottenere una riduzione del periodo di detenzione o addirittura una cancellazione della pena.
  • Sindrome del Guerriero e del Giustiziere: la speranza di uscire viene sostituita con un’affermazione narcisistica di sè attraverso il controllo violento sugli altri o identificandosi con la giustizia, diventando loro stessi giudici ed esecutori delle pene.
  • Sindrome Persecutoria: le particolari condizioni della vita penitenziaria possono essere facilitatori rispetto ad atteggiamento di sospetto e senso di persecuzione da parte di altri detenuti, agenti di custodia, o del sistema-giustizia in generale.

Autolesionismo

Le condotte autolesive nel contesto carcerario possono essere originate da:

  • cause psichiche (ovvero sintomo di un più ampio disagio mentale);
  • cause emotive (atto istintivo di protesta);
  • cause razionali (atto deliberato diretto ad ottenere in modo strumentale un beneficio giudiziario o penitenziario.

A prescindere dall’origine, il comportamento autolesionista rappresenta un gesto disperato finalizzato al sentirsi vivi: il dolore fisico diventa il mezzo di contatto con la realtà ed il corpo, in un luogo ove la mente viene costantemente misconosciuta, è l’unico mezzo preso immediatamente in considerazione. Siamo di fronte a quanto Gonin (1994) descrive come il martirio del corpo incarcerato.

Suicidio

Il suicidio di un detenuto porta con sè caratteristiche ben diverse rispetto all’atto eseguito da un uomo libero: quelli che, per la popolazione “libera” sono frequenti fattori di rischio (precedenti tentativi di suicidio, disturbi psichici, tossicodipendenza, emarginazione sociale) sono molto più rappresentati in quella carceraria.

Come ricorda Ponti (1999), inoltre, detenzione significa isolamento dalla società, lontananza dagli affetti, impatto con i valori della sottocultura violenta dominanti nell’ambiente carcerario.

Talvolta in carcere assistiamo al cosiddetto para-suicidio, che rappresenta il tentativo da parte del soggetto di sopprimersi, ma non riflette la reale volontà di portare a termine il gesto. Esso, di fatto, è un atto strumentale e manipolatorio nei confronti dell’ambiente circostante, al fine di ottenere benefici/vantaggi o di attirare l’attenzione.

Il gesto suicida di un soggetto carcerato può avere vari significati, come sottolinea Baechler (1989):

  • Fuga: il soggetto, attentando alla propria vita, cerca di fuggire da una situazione percepita come insopportabile;
  • Lutto: il soggetto attenta alla propria vita in conseguenza della perdita (reale o immaginaria) di un effettivo elemento della sua personalità o dell’ambiente circostante;
  • Castigo: il soggetto attenta alla propria vita per espiare un errore o una colpa, reale o immaginaria;
  • Delitto: il soggetto attenta alla propria vita per trascinare con sè, nella morte, un’altra persona;
  • Vendetta: il soggetto attenta alla propria vita sia per provocare il rimorso altrui, sia per infliggere all’altro l’infamia della comunità;
  • Richiesta e ricatto: il soggetto attenta alla propria vita per far pressione sull’altro, ricattandolo;
  • Sacrificio e passaggio: il soggetto attenta alla propria vita per raggiungere un valore o una condizione percepita come superiore;
  • Ordalia e gioco: il soggetto attenta alla propria vita per mettere in gioco se stesso, e organizza una sorta di “sfida” al destino, in modo tale da rimettere la scelta tra la propria vita e la morte ad un’entità metafisica.

Vertigine da uscita

Quando il soggetto è in procinto di essere scarcerato, può essere pervaso da stati di ansia e di agitazione psico-motoria, oltre ad una polarizzazione su pensieri di vario genere (difficoltà della vita del mondo esterno, possibilità di reiterare il reato, timore di non essere in grado di tornare alla quotidianità, etc).

Il detenuto che sta per lasciare l’Istituto sperimenta la paura per ciò che possiamo definire “estraniamento“, ovvero l’incapacità di adeguarsi ai mutamenti della vita sociale e di conseguenza ad un nuovo contesto dopo la scarcerazione. Quando i sentimenti di inadeguatezza (rispetto al reinserimento sociale e/o familiare e al ripristino di un ruolo che è stato sospeso per un tempo) raggiungono un grado di angoscia molto alto, i soggetti possono ricorrere a comportamenti autolesivi o a veri e propri tentativi di suicidio.

Alcuni soggetti, la maggior parte di loro anziani, senza famiglia e con scarse possibilità di reinserimento sociale/lavorativo, vivono con particolare sconforto la separazione dall’istituzione che viene percepita, paradossalmente, quale luogo sicuro. Spesso vengono agiti comportamenti tesi a rimandare la scarcerazione.

Sospensione attività in studio

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In seguito al DPCM dell’08.03.2020, il nostro Ordine Professionale ha invitato tutti noi psicologi operanti nelle zona ad alto rischio di ridurre l’attività “de visu” prediligendo sedute psicologiche e psicoterapeutiche via telefono o con video-chiamate.

In tal senso, ho scelto di sospendere temporaneamente le consulenze in studio, sia giuridiche che cliniche, garantendo comunque il mio servizio attraverso gli strumenti di Skype e Whatsapp.

Per prenotare una consulenza, inviare mail a info@ceciliapecchioli.it o contattare telefonicamente al 3663412005.

In questa situazione difficile per tutti, scegliamo di agire responsabilmente.

Grazie per la collaborazione.

 

Il Coordinatore Genitoriale

Il Coordinatore Genitoriale (Co.Ge.) è una nuova figura da poco utilizzata nel nostro Paese, (e ancora priva di una normativa che la regolamenti appieno) nell’ambito delle separazioni e divorzi ad alta conflittualità.

Il Co.Ge. è un professionista avente il compito di monitorare e sorvegliare i comportamenti di quei genitori che, benché dotati di buone capacità educative ed affettive verso la prole, a causa della loro accesa conflittualità , non hanno la giusta lucidità per tutelare il benessere psico-fisico dei loro figli, con il conseguente rischio di arrecare loro gravi disagi e danni evolutivi.

Parliamo quindi di casi in cui, seppur viene mantenuto il regime di affido condiviso, si ritiene necessaria una supervisione definita e scandita nel tempo dei genitori, vigilando sul loro approccio al progetto genitoriale in tutti i suoi aspetti, verificando il rispetto delle condizioni relative ai bisogni educativi dei figli e alle loro esigenze di salute, cura ed assistenza, così da garantire loro una sana crescita psico-affettivo-relazionale.

Il Co.Ge. è un soggetto terzo ed imparziale generalmente nominato dal Giudice che, da un lato, si adopera per evitare conseguenze dannose del conflitto sui figli e, dall’altro, favorisce la cooperazione tra i genitori lavorando su una riduzione dei contrasti.

Si tratta di un approccio professionale strutturato attraverso cui si assistono quei genitori caratterizzati da un elevato grado di ostilità, con il fine di attuare programmi personalizzati di risoluzione dei contrasti e ricostituire una genitorialità responsabile e rispondente alle esigenze della prole.

Possiamo considerare la Coordinazione Genitoriale come un processo di ADR (Alternative Dispute Resolution) che ha come fine primario l’interesse dei minori coinvolti nel conflitto genitoriale: l’intervento, pertanto, verterà e rimarrà sempre centrato sul benessere psico-fisico del bambino a cui deve essere garantita la massima tutela. Il Co.Ge. quindi supporterà i genitori litigiosi per dirimere e superare i contrasti una volta che il giudice abbia disposto i provvedimenti relativi all’affidamento e a tutte le questioni inerenti i minori.

Il Co.Ge. deve essere una figura super partes, quindi non deve aver avuto precedenti rapporti con la coppia genitoriale in qualità di consulente legale, terapeuta, CTP, CTU o mediatore. Potrà dare assistenza al Giudice ma solo nell’ambito del proprio ruolo.

La figura del Co.Ge. si distingue da quella del mediatore familiare in quanto:

  • ha un ruolo attivo di supervisore, moderatore dotato di funzioni di assistenza, controllo ed organizzazione;
  • si cura di seguire e supportare la coppia genitoriale nella fase di esecuzione del programma stabilito, qualunque ne sia la fonte (giudiziale o concordata inter partes).

In genere, la figura del Co.Ge. viene disposta dal Giudice (anche su suggerimento del CTU): in questi casi i suoi poteri derivano direttamente dal provvedimento giudiziario.

E’ possibile, però, che questo incarico derivi dalla sottoscrizione di un libero accordo tra i genitori al fine di dirimere le difficoltà gestionali dei figli scaturenti dall’alto tasso di conflittualità.

Compito del Co.Ge., a prescindere dalla provenienza dell’incarico, è quello di far rispettare il piano genitoriale in tutti i suoi aspetti di fondamentale importanza per la prole, da quelli relativi alla salute, istruzione, educazione sino ad un sano sviluppo psico-socio-affettivo. Nel caso si dovessero ravvisare gravi rischi per i minori (quali violenza, abusi, maltrattamenti, etc), il Co.Ge. dovrà adottare a loro tutela le opportune misure, oltre a segnalare il problema alle Autorità Giudiziarie competenti ed ai Servizi Sociali.

Questa figura nasce negli USA negli anni ’90, e nel 2005 è stata ufficialmente regolamentata grazie alla redazione delle Linee Guida dell’Association of Family and Conciliation Courts (AFCC): si tratta di raccomandazioni e suggerimenti, non regole vincolanti, finalizzate a diffondere buone prassi, competenze e formazione altamente specializzata nel settore. Il Co.Ge., in base a questo documento, ha possibilità di agire in difformità dalle linee guida esclusivamente per motivi giustificati dall’interesse della prole; diversamente, non ha margini di discrezionalità.

In Italia la figura del Co.Ge. ha destato molto interesse e anche un’acceso dibattito a seguito di due importanti provvedimenti che hanno introdotto il supporto del Co.Ge. in casi di genitori molto litigiosi che non riuscivano a mettersi d’accordo sulla gestione dei figli, provocando loro disagi evolutivi.

  1. Decreto del Tribunale di Milano, Sezione IX, del 29.07.2016 (Pres. rel. est. Laura Cosmai):  nel caso in esame due genitori separati non riuscivano a gestire in modo adeguato il rapporto con la figlia minore, che secondo il CTU nominato dal Tribunale, a causa dell’elevata conflittualità genitoriale, era a rischio evolutivo per il suo sviluppo psico-fisico. In particolare, il padre lamentava comportamenti inadeguati da parte della madre, che, a sua volta, aveva richiesto l’affidamento esclusivo della minore; ma il Collegio , all’esito della Consulenza Tecnica d’Ufficio, disponeva l’affidamento condiviso, prevedendo però l’inserimento della figura del Co.Ge. Ed infatti il CTU aveva rilevato che “il migliore regime di affidamento è quello condiviso , in modo da garantire sia al padre che alla madre l’esercizio di una genitorialità completa , anche tenendo conto delle esigenze psicologiche della minore che vanno nel senso di una fruizione adeguata della coppia genitoriale”. Il Collegio aveva evidenziato, a seguito della CTU, che i genitori, nonostante il loro peculiare conflitto , sembrava avessero compreso che bisognava mutare i loro comportamenti a tutela della figlia che aveva diritto ad una “equilibrata crescita psico-fisica”. E pertanto il Tribunale, nella consapevolezza che , malgrado la conflittualità, padre e madre della minore avessero le buone competenze genitoriali e le capacità di comprendere il ruolo decisivo che una buona relazione tra i medesimi avrebbe potuto ricoprire allo scopo di evitare nella minore il rischio evolutivo, sentiti i consulenti, con l’accordo delle parti anche nell’individuazione del professionista, nominava un Co.Ge., quale figura maggiormente idonea a sostenerli nell’attuazione di un progetto di genitorialità condivisa , disponendo che il suo incarico venisse formalizzato con i genitori entro 45 giorni . Nel Decreto vengono indicati in maniera analitica i suoi compiti, tra cui, in particolare, quello di salvaguardare i rapporti tra i genitori e la minore, fornendo le opportune direttive correttive di eventuali comportamenti disfunzionali dei genitori rispetto al progetto di crescita e “autonomizzazione “della figlia dalle figure dei genitori e di coadiuvarli nelle scelte in tema di salute, di educazione della minore e di rispetto del calendario relativo alle modalità dell’esercizio di visita da parte del genitore non collocatario. Veniva stabilita la durata in carica del Coordinatore in due anni , con onere a carico dei genitori del suo compenso.
  2. Decreto del Tribunale di Mantova, I sezione civile, del 5.05.2017, Pres. Est. Bernardi: nell’ambito di una sentenza di separazione , in presenza di genitori molto conflittuali, ha disposto il ricorso alla figura del Co.Ge. con il compito di monitorare lo svolgimento dei rapporti genitori/figli e disporre eventuali correzioni a condotte genitoriali anomale e contrarie ai bisogni della prole. In tale caso il Tribunale disponeva l’affidamento condiviso, rilevando che non sussisteva inidoneità genitoriale che potesse indurre a ricorrere all’affidamento esclusivo, ma esisteva solo una elevata conflittualità . Il Tribunale quindi, aderendo a quanto prospettato dal CTU, nominava un Co.Ge. , con compenso a carico dei genitori , con mandato in scadenza al 31 gennaio 2018 e con il compito di relazionare sulla sua attività al Giudice Tutelare. In particolare, al Co.Ge. veniva affidato l’incarico di coadiuvare i genitori nelle scelte formative dei figli, vigilando sul rispetto del calendario delle visite del padre alla prole e, in caso di disaccordi, di assumere le decisioni opportune a tutela dei minori, nonché di controllare le relazioni genitori /figli al fine di fornire al padre e alla madre le dovute indicazioni correttive di loro comportamenti disfunzionali.