Come ridurre il rischio di sfociare nel trauma

campana vetro

Qualche giorno fa ho avuto modo di seguire un webinair molto interessante, tenuto dal Dr. Bessel Van der kolk, uno psichiatra olandese che da anni si occupa di stress post-traumatico.

Durante l’incontro ha condiviso alcune riflessioni molto interessanti sulla situazione attuale che riassumo di seguito.

La quarantena che stiamo vivendo ormai da settimane rappresenta ciò che per lui è la “fase pre-traumatica“, una condizione cioè che potrebbe preparare allo sviluppo di una traumatizzazione psicologica dato che coinvolge numerosi aspetti centrali della nostra vita: la sicurezza fisica, la malattia, le condizioni economiche ed il costo psicologico del vivere rinchiusi in casa lontano dagli altri.

Detto in altri termini, è come se in questo momento stessimo vivendo in una “bolla sospesa” pronta ad esplodere.

Quali sono le caratteristiche di questa fase pre-traumatica? Cosa favorisce lo sviluppo della traumatizzazione?

  1. Incertezza verso il futuro
  2. Perdita della prevedibilità del mondo conosciuto
  3. Perdita di connessione
  4. Perdita del senso del tempo
  5. Perdita del senso di sicurezza
  6. Ottundimento (affievolimento della vivacità e dell’acutezza)
  7. Distacco/Distanziamento
  8. Perdita dello scopo di vita

Avremo molto da imparare da questa esperienza. Non ci sono esperti del settore dato che il verificarsi di una pandemia è un fenomeno del tutto nuovo per il mondo che conosciamo ed è passato molto tempo dall’ultima volta che abbiamo dovuto affrontare un problema del genere. E si sa, l’essere umano tende più a dimenticare che a far tesoro di certi vissuti.

Come affrontare questa situazione in un modo che sia il più possibile adattivo per la nostra mente?

  • Ritorno alla prevedibilità.

La quarantena ci ha fatto perdere la nostra frenetica routine. Anche se siamo chiusi in casa, è importante organizzare la nostra giornata in modo tale da tenere uno sguardo proiettato in avanti, così da collocarsi in una cornice temporale definita. Un buon suggerimento è quello di creare un calendario di attività lavorative, ludiche e relazionali da condividere con le persone care. La passività è una reazione emotiva normale, ed è altrettanto normale abbandonarsi ad essa ogni tanto. Diventa pericolosa per la mente se si protrae troppo a lungo.

  • Immobilità VS Movimento.

L’attuale condizione ci colloca in una condizione emotiva che ci porta a sentire come “non ci sia niente che possiamo fare per cambiare le cose“. Insieme a ciò, perdiamo anche il nostro stesso senso fisico e corporeo di poter agire (la cosiddetta agency) generando un enorme impatto sul nostro corpo. La reazione normale di fronte agli eventi stressanti è quella di muoversi: o attacchiamo o fuggiamo per metterci al sicuro, per salvarci, per reagire. La quarantena ci impedisce di attivarci in questo senso, dobbiamo restare immobili: questo comporta il blocco di una grande quantità di attivazione fisiologica. Alcuni primi dati raccolti stanno mettendo in evidenza come questo accumulo di energia stia determinando un incremento di aggressività, irritabilità e, purtroppo, anche di fenomeni di violenza domestica.

Come evitare che questo accada? Se teniamo presente che il nostro corpo sta accumulando una grande quantità di energia non utilizzabile per progeggersi, possiamo scegliere di convertirne la destinazione: fare, cioè, con il corpo tutto quello che la quarantena ci permette di fare. Attività manuali come il bricolage, cucinare, lavoretti sempre accantonati, prendersi cura di sè, fare sport, ballare, suonare, cantare, fare sesso, essere creativi insomma.

In tal senso è fondamentale tenere a mente alcune piccole regole:

  1. è centrale guidare “un passo alla volta” il nostro bisogno di azione su attività funzionali, cooperative e non dannose per la nostra salute e quella dei nostri cari;
  2. dobbiamo imparare ad ascoltare e regolare le nostre emozioni, i nostri comportamenti ed i nostri pensieri. Attività come lo Yoga, il Tai Chi, la Meditazione, gli Esercizi di respirazione o la Mindfulness sono molto efficaci in tal senso: aiutano a calmare il corpo, a restituire un senso di sè e ad offrire un’ “àncora” forte per aiutare a contenere ed orientare tutte le normali reazioni fisiologiche di questo periodo;
  3. il rischio di non avere adeguate strategie di regolazione delle emozioni intense di questo periodo potrebbe indurre all’utilizzo di alcool o sostanze stupefacenti o, ancora, al cibo, come “auto-cura” disfunzionale.
  • Restare Connessi VS Disconnessione.

L’essere umano è un animale sociale, non esistiamo come singoli individui. Siamo nati per “essere con” l’altro. Rimanere chiusi in casa è per noi una condizione del tutto innaturale. Soprattutto chi si trova da solo a vivere la quarantena potrebbe avere la percezione di non essere “reale” perchè deprivato troppo a lungo di ogni forma di connessione umana. L’interazione con altri cervelli ed altri corpi sono stimoli fondamentali per la nostra mente, per tornare sintonizzati e connessi; rispetto ad altre epidemie, noi abbiamo la fantastica opportunità di rimanere connessi a grandi distanze attraverso la tecnologia. Le videochiamate sono molto importanti per mantenere o ritrovare la sensazione di esistere, di essere visti da qualcuno, per rientrare in quel ritmo ed in quella sintonizzazione emotiva che ci permette di approfondire anche la connessione emotiva con noi stessi e di sostenerci. E’ importante ricordarci oggi di questa risorsa che può contribuire a nutrire la nostra “vitalità” come esseri umani, sia nel corpo che nella mente.

  • Ottundimento emotivo VS Mindfulness.

Una risposta emotiva naturale ad eventi drammatici è il cosiddetto ottundimento emotivo (numbing), ovvero uno stato confusionale che impedisce una chiara percezione delle emozioni negative, e che, se protratto a lungo, può condurre ad un distacco dalla realtà e dalle relazioni, con un senso di passività ed impotenza pericolosi. Per evitare ciò, è fonramentale re-immettere vitalità nel nostro corpo, sentirci di nuovo vivi dopo quello che abbiamo vissuto. Come fare?

  1. Riconosci te stesso: imparare ad osservare cosa succede dentro di noi, quali emozioni ci guidano, quali pensieri ricorrono, quali reazioni ci abitano. Senza tale livello di osservazione della nostra mente, rischieremmo di vivere in un continuo stato reattivo ed automatico di paura, rabbia, irritazione verso gli stimoli esterni, privati della consapevolezza di quanto ci accade davvero;
  2. Fare scelte: una volta raggiunto un buon contatto con se stessi e con la propria esperienza emotiva interna, diventa più facile scegliere cosa fare e quale strada sia possibile per noi;
  3. Sguardo Esterno: avere qualcuno che ci parli, che ci aiuti ad identificare quanto accade dentro di noi, al nostro corpo, alle nostre emozioni ed ai nostri pensieri è molto importante. Che si tratti di un amico, di uno psicoterapeuta, del nostro insegnante di yoga o del collega con cui lavoriamo tutti i giorni in smart working.  Chiunque possa osservare con noi quello che ci accade è determinante per avere maggior consapevolezza;
  4. Meditare: è molto utile trovare un modo per esercitare uno stato di mindfulness attraverso la meditazione, meglio se condivisa con classi online, perchè spesso ciò che accade all’interno del corpo e della mente può essere difficile e spaventoso. Meditare può essere difficile se non si è abituati: per farlo in sicurezza sarà necessario sviluppare, oltre ad uno stato di mindfulness, anche un’attitudine compassionevole verso se stessi (self-compassion), cioè un’accettazione incondizionata di tutto quello che emerge di positivo e negativo. Nell’esplorare l’esperienza emotiva interna, possono affiorare parti spaventate o arrabbiate o addirittura ostili alla ricerca di uno stato di calma: sarà importante ricordarci che è normale avere diverse parti o aspetti dentro di noi e che anche la rabbia è una parte che merita rispetto ed accoglienza. E’ probabile che quella rabbia ci abbia aiutato in passato a tollerare emozioni altrimenti insostenibili, che ci abbia aiutato a sopravvivere. E’ importante, dunque, provare ad includere le parti ostili nella meditazione, osservarle ed accettarle per il ruolo che hanno avuto nella nostra vita, sentendole “alleate” e “protettive“, anzichè minacciose.
  • Perdita del senso del tempo VS Guardare al futuro.

Una delle caratteristiche principali nei processi di traumatizzazione è la perdita del senso del tempo, l’incapacità a proiettarsi nel futuro, il sentire che la condizione traumatica ed il dolore dureranno per sempre. Affinchè possa riaprirsi la possibilità di guardare al futuro, è necessario recuperare un senso del tempo ancorato al presente. In tal senso, la meditazione torna molto utile: nell’osservazione non giudicante della propria esperienza interna, potrebbero affiorare emozioni o sensazioni corporee molto disturbanti (dolore fisico, ansia, disperazione…) ma se riusciamo a stare nelle sensazioni e a notarle mentre respiriamo possiamo spostare piano piano anche i pensieri. Se riusciamo a rimanere focalizzati sul respiro e sulla posizione del nostro corpo seduto qui ed ora, tutte le diverse emozioni, sensazioni o pensieri passano, o semplicemente si trasformano. Respiro dopo respiro possiamo percepire come il nostro corpo cambia e possiamo vivere la sensazione interna che ogni momento è diverso dal precedente e che passerà. Questo guida la mente verso la consapevolezza di essere un organismo vivente che ha il suo senso del tempo e che può notare come tutte le cose diventino diverse nel tempo che scorre, che niente resta fermo: il proprio respiro, la luce dalla finestra, il proprio dolore, etc.

  • Senso di sicurezza interno.

Acquisire un senso di sicurezza interno è centrale per chi ha vissuto situazioni traumatiche, è una condizione necessaria da preservare. Per ognuno di noi è importante identificare cosa ci fa sentire al sicuro: potrebbe essere una canzone, un libro, un vestito. Cosa ci aiuta a sentire uno stato di calma interiore?

  1. Il contatto fisico: è l’elemento che più di ogni altro ci fa provare senso di sicurezza e conforto. Per chi sta vivendo la quarantena in famiglia diventano fondamentali le coccole, gli abbracci, il far sentire all’altro la vicinanza. Per chi si trova da solo la questione è più difficile, ma possibile attraverso, per esempio, alcuni esercizi corporei, così da sviluppare un senso più profondo di sicurezza interno al corpo ed al contatto con il proprio sè.
  2. Privacy e Confini: Il nostro senso di sicurezza può anche passare dal bisogno di uno spazio di privacy e solitudine, uno spazio solo nostro in cui non essere raggiunti ed in cui avere maggiore contatto con noi stessi. Se condividiamo spazi, è importante identificare un angolo o un luogo della casa in cui gli altri sappiano che non devono far richieste, domande, dare compiti. Le persone traumatizzate vivono un costante senso di minaccia interiore, poichè sono continuamente aggredite da segnali viscerali di allerta e pericolo; nel tentativo di controllare questo processo, spesso capita di ignorare tali segnali e annebbiare, di conseguenza, la consapevolezza. Imparano a nascondersi da loro stessi. Anche in questo caso, pratiche come lo Yoga, la Mindfulness, il Qi Gong sono scientificamente provate per aiutare a creare un senso di sicurezza interno, così da abitare il proprio corpo in un modo sicuro.

fonte: www.besselvanderkolk.com

Danno biologico di natura psichica

o GIUSTIZIA facebook

La quantificazione del risarcimento del Danno biologico di natura psichica va fatta tenendo conto dell’intensità dell’effettiva sofferenza patita dalla vittima.

Lo stabilisce la Corte di Cassazione con la sentenza n°29759/2017, secondo cui chi subisce una lesione che lo porta alla morte, anche a distanza di breve tempo, patisce un danno biologico di natura psichica ogni qualvolta abbia percepito in maniera lucida l’approssimarsi dell’esito letale.

Detto in altri termini, l’entità del danno biologico di natura psichica, in questi casi, non dipende dal tempo intercorso tra la lesione e la morte, bensì dall’intensità effettiva della sofferenza che la vittima ha provato.

Quando parliamo di danno biologico, la determinazione della liquidazione viene effettuata facendo riferimento a specifici criteri tabellari.

In casi come questo, invece, il giudice è tenuto ad adeguare tali criteri al caso concreto, procedendo alla cosiddetta personalizzazione.

Nella fattispecie, la Cassazione ha cassato con rinvio la sentenza con la quale la Corte d’Appello di Trieste aveva confermato il rifetto della domanda di risarcimento avanzati dagli eredi del defunto, sostenendo la carenza di allegazione e prova in ordine alla condizione di quest’ultimo nell’arco di tempo tra la manifestazione della malattia ed il decesso.

Ma cosa intendiamo per Danno Biologico di natura Psichica?
Il Danno Psichico appartiene alla categoria dei danni non patrimoniali, ovvero di quei danni che non interessano il patrimonio del soggetto, ed è una subspecies del Danno Biologico.
Nel diritto il Danno Biologico viene definito in senso stretto come “lesione dell’integrità psicofisica medicalmente accertabile“. In altri termini, si tratta di un danno alla salute dell’individuo. Quindi qualsiasi lesione o alterazione patologica, nel corpo o nella mente, costituisce un danno biologico.
La lesione fisica (come, ad esempio, la frattura di un osso, la rottura di un tendine, la lacerazione di un muscolo etc) interessa il corpo umano.
La lesione psichica (come, ad esempio, la depressione reattiva, un disturbo ansioso, la psicosi etc) interessa la mente umana.
Entrambe costituiscono una lesione alla salute e perciò sono possibili danni biologici.
Il Danno Psichico può, pertanto, essere definito come una lesione della salute psichica dell’individuo che consiste in un’alterazione patologica dell’integrità psichica e dell’equilibrio di personalità, provocata da un evento traumatico di natura dolosa o colposa, che limita notevolmente ed in maniera durevole l’esplicazione di alcuni aspetti della personalità nel regolare svolgimento della vita quotidiana.
Il Danno Psichico non va confuso con il Danno Morale, che invece rappresenta il “transeunte turbamento dello stato d’animo della vittima” (Corte Costituzionale, sentenza n°233/2003).
Il Danno Morale rappresenta anch’esso un danno di natura non patrimoniale, ma si concretizza in quel turbamento emotivo subito dalla vittima di un evento dannoso, per il dolore, il disagio e la sofferenza psicofisica che costituisce l’immediata conseguenza dell’evento lesivo e che ha una natura necessariamente temporanea, in quanto dura per un breve lasso di tempo senza compromissione della salute dell’individuo e della sua quotidianità.
Più difficile è comprendere il distinguo tra danno psichico e Danno Esistenziale, perchè un danno psichico spesso può determinare anche un danno esistenziale, ma un danno esistenziale non sempre implica la presenza di un danno psichico.
Il Danno Esistenziale viene definito come la “compromissione della qualità della vita normale del soggetto o uno stato di disagio psichico che non arriva a configurarsi come un quadro clinico patologico” (Pajardi, Macrì, Merzagora Metsos, 2006).
Il Danno Esistenziale consiste, quindi, nel “non poter più fare“, in quanto inficia le azioni realizzatrici della persona umana come i rapporti familiari, affettivi, sociali, le attività di svago, di intrattenimento etc.
Facciamo un esempio per chiarire meglio la questione.
Un soggetto vittima di un sinistro stradale rimane talmente spaventato da non voler più guidare una macchina. L’evitamento della guida potrebbe essere il sintomo di un vero e proprio danno psichico, ma se il timore di guidare non è patologico, nonostante tale conseguenza comporti una riduzione dell’autonomia del soggetto ed un peggioramento della propria qualità della vita, ci troviamo di fronte ad un danno esistenziale, non ad un danno psichico.
Il confine tra queste due tipologie di danno è molto sottile; ciò nonostante, la classificazione di entrambi i concetti nell’ambito del danno non patrimoniale consente comunque di superare le limitazioni concettuali e di ottenere, in ogni caso, un ristoro per il danno subito, quale che sia nel caso concreto la sua qualificazione, purchè il danno venga ovviamente provato in corso di giudizio, così come la sua derivazione causale dall’evento dannoso.
Il danno psichico in quanto danno di natura biologica è pacificamente riconosciuto come risarcibile dalla giurisprudenza, anche se necessita di un’attenta ponderazione sia per quanto attiene all’accertamento della reale sussistenza di tale danno nel caso concreto, sia con riferimento alla quantificazione, e quindi alla valutazione economica del danno stesso.