Come ridurre il rischio di sfociare nel trauma

campana vetro

Qualche giorno fa ho avuto modo di seguire un webinair molto interessante, tenuto dal Dr. Bessel Van der kolk, uno psichiatra olandese che da anni si occupa di stress post-traumatico.

Durante l’incontro ha condiviso alcune riflessioni molto interessanti sulla situazione attuale che riassumo di seguito.

La quarantena che stiamo vivendo ormai da settimane rappresenta ciò che per lui è la “fase pre-traumatica“, una condizione cioè che potrebbe preparare allo sviluppo di una traumatizzazione psicologica dato che coinvolge numerosi aspetti centrali della nostra vita: la sicurezza fisica, la malattia, le condizioni economiche ed il costo psicologico del vivere rinchiusi in casa lontano dagli altri.

Detto in altri termini, è come se in questo momento stessimo vivendo in una “bolla sospesa” pronta ad esplodere.

Quali sono le caratteristiche di questa fase pre-traumatica? Cosa favorisce lo sviluppo della traumatizzazione?

  1. Incertezza verso il futuro
  2. Perdita della prevedibilità del mondo conosciuto
  3. Perdita di connessione
  4. Perdita del senso del tempo
  5. Perdita del senso di sicurezza
  6. Ottundimento (affievolimento della vivacità e dell’acutezza)
  7. Distacco/Distanziamento
  8. Perdita dello scopo di vita

Avremo molto da imparare da questa esperienza. Non ci sono esperti del settore dato che il verificarsi di una pandemia è un fenomeno del tutto nuovo per il mondo che conosciamo ed è passato molto tempo dall’ultima volta che abbiamo dovuto affrontare un problema del genere. E si sa, l’essere umano tende più a dimenticare che a far tesoro di certi vissuti.

Come affrontare questa situazione in un modo che sia il più possibile adattivo per la nostra mente?

  • Ritorno alla prevedibilità.

La quarantena ci ha fatto perdere la nostra frenetica routine. Anche se siamo chiusi in casa, è importante organizzare la nostra giornata in modo tale da tenere uno sguardo proiettato in avanti, così da collocarsi in una cornice temporale definita. Un buon suggerimento è quello di creare un calendario di attività lavorative, ludiche e relazionali da condividere con le persone care. La passività è una reazione emotiva normale, ed è altrettanto normale abbandonarsi ad essa ogni tanto. Diventa pericolosa per la mente se si protrae troppo a lungo.

  • Immobilità VS Movimento.

L’attuale condizione ci colloca in una condizione emotiva che ci porta a sentire come “non ci sia niente che possiamo fare per cambiare le cose“. Insieme a ciò, perdiamo anche il nostro stesso senso fisico e corporeo di poter agire (la cosiddetta agency) generando un enorme impatto sul nostro corpo. La reazione normale di fronte agli eventi stressanti è quella di muoversi: o attacchiamo o fuggiamo per metterci al sicuro, per salvarci, per reagire. La quarantena ci impedisce di attivarci in questo senso, dobbiamo restare immobili: questo comporta il blocco di una grande quantità di attivazione fisiologica. Alcuni primi dati raccolti stanno mettendo in evidenza come questo accumulo di energia stia determinando un incremento di aggressività, irritabilità e, purtroppo, anche di fenomeni di violenza domestica.

Come evitare che questo accada? Se teniamo presente che il nostro corpo sta accumulando una grande quantità di energia non utilizzabile per progeggersi, possiamo scegliere di convertirne la destinazione: fare, cioè, con il corpo tutto quello che la quarantena ci permette di fare. Attività manuali come il bricolage, cucinare, lavoretti sempre accantonati, prendersi cura di sè, fare sport, ballare, suonare, cantare, fare sesso, essere creativi insomma.

In tal senso è fondamentale tenere a mente alcune piccole regole:

  1. è centrale guidare “un passo alla volta” il nostro bisogno di azione su attività funzionali, cooperative e non dannose per la nostra salute e quella dei nostri cari;
  2. dobbiamo imparare ad ascoltare e regolare le nostre emozioni, i nostri comportamenti ed i nostri pensieri. Attività come lo Yoga, il Tai Chi, la Meditazione, gli Esercizi di respirazione o la Mindfulness sono molto efficaci in tal senso: aiutano a calmare il corpo, a restituire un senso di sè e ad offrire un’ “àncora” forte per aiutare a contenere ed orientare tutte le normali reazioni fisiologiche di questo periodo;
  3. il rischio di non avere adeguate strategie di regolazione delle emozioni intense di questo periodo potrebbe indurre all’utilizzo di alcool o sostanze stupefacenti o, ancora, al cibo, come “auto-cura” disfunzionale.
  • Restare Connessi VS Disconnessione.

L’essere umano è un animale sociale, non esistiamo come singoli individui. Siamo nati per “essere con” l’altro. Rimanere chiusi in casa è per noi una condizione del tutto innaturale. Soprattutto chi si trova da solo a vivere la quarantena potrebbe avere la percezione di non essere “reale” perchè deprivato troppo a lungo di ogni forma di connessione umana. L’interazione con altri cervelli ed altri corpi sono stimoli fondamentali per la nostra mente, per tornare sintonizzati e connessi; rispetto ad altre epidemie, noi abbiamo la fantastica opportunità di rimanere connessi a grandi distanze attraverso la tecnologia. Le videochiamate sono molto importanti per mantenere o ritrovare la sensazione di esistere, di essere visti da qualcuno, per rientrare in quel ritmo ed in quella sintonizzazione emotiva che ci permette di approfondire anche la connessione emotiva con noi stessi e di sostenerci. E’ importante ricordarci oggi di questa risorsa che può contribuire a nutrire la nostra “vitalità” come esseri umani, sia nel corpo che nella mente.

  • Ottundimento emotivo VS Mindfulness.

Una risposta emotiva naturale ad eventi drammatici è il cosiddetto ottundimento emotivo (numbing), ovvero uno stato confusionale che impedisce una chiara percezione delle emozioni negative, e che, se protratto a lungo, può condurre ad un distacco dalla realtà e dalle relazioni, con un senso di passività ed impotenza pericolosi. Per evitare ciò, è fonramentale re-immettere vitalità nel nostro corpo, sentirci di nuovo vivi dopo quello che abbiamo vissuto. Come fare?

  1. Riconosci te stesso: imparare ad osservare cosa succede dentro di noi, quali emozioni ci guidano, quali pensieri ricorrono, quali reazioni ci abitano. Senza tale livello di osservazione della nostra mente, rischieremmo di vivere in un continuo stato reattivo ed automatico di paura, rabbia, irritazione verso gli stimoli esterni, privati della consapevolezza di quanto ci accade davvero;
  2. Fare scelte: una volta raggiunto un buon contatto con se stessi e con la propria esperienza emotiva interna, diventa più facile scegliere cosa fare e quale strada sia possibile per noi;
  3. Sguardo Esterno: avere qualcuno che ci parli, che ci aiuti ad identificare quanto accade dentro di noi, al nostro corpo, alle nostre emozioni ed ai nostri pensieri è molto importante. Che si tratti di un amico, di uno psicoterapeuta, del nostro insegnante di yoga o del collega con cui lavoriamo tutti i giorni in smart working.  Chiunque possa osservare con noi quello che ci accade è determinante per avere maggior consapevolezza;
  4. Meditare: è molto utile trovare un modo per esercitare uno stato di mindfulness attraverso la meditazione, meglio se condivisa con classi online, perchè spesso ciò che accade all’interno del corpo e della mente può essere difficile e spaventoso. Meditare può essere difficile se non si è abituati: per farlo in sicurezza sarà necessario sviluppare, oltre ad uno stato di mindfulness, anche un’attitudine compassionevole verso se stessi (self-compassion), cioè un’accettazione incondizionata di tutto quello che emerge di positivo e negativo. Nell’esplorare l’esperienza emotiva interna, possono affiorare parti spaventate o arrabbiate o addirittura ostili alla ricerca di uno stato di calma: sarà importante ricordarci che è normale avere diverse parti o aspetti dentro di noi e che anche la rabbia è una parte che merita rispetto ed accoglienza. E’ probabile che quella rabbia ci abbia aiutato in passato a tollerare emozioni altrimenti insostenibili, che ci abbia aiutato a sopravvivere. E’ importante, dunque, provare ad includere le parti ostili nella meditazione, osservarle ed accettarle per il ruolo che hanno avuto nella nostra vita, sentendole “alleate” e “protettive“, anzichè minacciose.
  • Perdita del senso del tempo VS Guardare al futuro.

Una delle caratteristiche principali nei processi di traumatizzazione è la perdita del senso del tempo, l’incapacità a proiettarsi nel futuro, il sentire che la condizione traumatica ed il dolore dureranno per sempre. Affinchè possa riaprirsi la possibilità di guardare al futuro, è necessario recuperare un senso del tempo ancorato al presente. In tal senso, la meditazione torna molto utile: nell’osservazione non giudicante della propria esperienza interna, potrebbero affiorare emozioni o sensazioni corporee molto disturbanti (dolore fisico, ansia, disperazione…) ma se riusciamo a stare nelle sensazioni e a notarle mentre respiriamo possiamo spostare piano piano anche i pensieri. Se riusciamo a rimanere focalizzati sul respiro e sulla posizione del nostro corpo seduto qui ed ora, tutte le diverse emozioni, sensazioni o pensieri passano, o semplicemente si trasformano. Respiro dopo respiro possiamo percepire come il nostro corpo cambia e possiamo vivere la sensazione interna che ogni momento è diverso dal precedente e che passerà. Questo guida la mente verso la consapevolezza di essere un organismo vivente che ha il suo senso del tempo e che può notare come tutte le cose diventino diverse nel tempo che scorre, che niente resta fermo: il proprio respiro, la luce dalla finestra, il proprio dolore, etc.

  • Senso di sicurezza interno.

Acquisire un senso di sicurezza interno è centrale per chi ha vissuto situazioni traumatiche, è una condizione necessaria da preservare. Per ognuno di noi è importante identificare cosa ci fa sentire al sicuro: potrebbe essere una canzone, un libro, un vestito. Cosa ci aiuta a sentire uno stato di calma interiore?

  1. Il contatto fisico: è l’elemento che più di ogni altro ci fa provare senso di sicurezza e conforto. Per chi sta vivendo la quarantena in famiglia diventano fondamentali le coccole, gli abbracci, il far sentire all’altro la vicinanza. Per chi si trova da solo la questione è più difficile, ma possibile attraverso, per esempio, alcuni esercizi corporei, così da sviluppare un senso più profondo di sicurezza interno al corpo ed al contatto con il proprio sè.
  2. Privacy e Confini: Il nostro senso di sicurezza può anche passare dal bisogno di uno spazio di privacy e solitudine, uno spazio solo nostro in cui non essere raggiunti ed in cui avere maggiore contatto con noi stessi. Se condividiamo spazi, è importante identificare un angolo o un luogo della casa in cui gli altri sappiano che non devono far richieste, domande, dare compiti. Le persone traumatizzate vivono un costante senso di minaccia interiore, poichè sono continuamente aggredite da segnali viscerali di allerta e pericolo; nel tentativo di controllare questo processo, spesso capita di ignorare tali segnali e annebbiare, di conseguenza, la consapevolezza. Imparano a nascondersi da loro stessi. Anche in questo caso, pratiche come lo Yoga, la Mindfulness, il Qi Gong sono scientificamente provate per aiutare a creare un senso di sicurezza interno, così da abitare il proprio corpo in un modo sicuro.

fonte: www.besselvanderkolk.com

Convivenza forzata: opportunità o rischio per la coppia?

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La convivenza forzata di queste settimane sta aumentando la probabilità che si slatentizzino verità taciute. La vita di coppia, che duri da poco o da tanto, si costruisce sulla presenza ma anche sull’assenza dell’altro. Sul fare cose insieme e sul farne altre senza la presenza del partner. Sugli spazi condivisi e su quelli privati: zone riservate ove all’altro non è concesso entrare.

La giusta distanza in amore è indispensabile per mantenere un buon equilibrio di coppia, per far sì che la relazione diventi longeva e briosa, oltre che per mantenere il desiderio sessuale.

Un “abuso temporale” dell’altro ed una convivenza forzata potrebbero facilitare liti, scambi efferati, fino a giungere anche a livelli di intolleranza e/o “saturazione psico-fisica”.

Gli spazi condivisi (non tutti possiedono grandi case e ambienti divisibili in base alle cose da fare, al bisogno di solitudine o banalmente all’umore del momento) diventano generatori di tensione e di ansia, la cosiddetta “ansia da condivisione“, rischiosa e frequente tanto quanto quella da separazione.

Divani da condividere per ore, telecomandi contesi, salotti e camere da letto trasformate in uffici da smart-working, pranzi e cene da preparare senza neanche più l’ossigeno di un ristorante nel fine settimana.

La maggior parte delle coppie è abituata a salutarsi al mattino per reincontrarsi alla sera. In questa fase di reclusione forzata i partner, con o senza figli, sono obbligati a ricalibrare i loro ritmi e a misurarsi con l’insidioso “effetto collaterale” della crisi di coppia da convivenza coatta.

Al fine di arginare lo spettro di possibili crisi coniugali, esistono alcuni accorgimenti; resta inplicito che lo “stato di salute” della coppia a fine quarantena dipenderà da come la coppia stessa stava prima di tutto questo. E’ comunque possibile lavorarci così da rendere questo momento un’opportunità di crescita e di consapevolezza.

Condividete i compiti

Al fine di evitare spunti per discussioni e scontri, è fondamentale creare un “planning” di tutte le attività da svolgere, dalle più “grosse” alle più banali. La gestione della casa è, anche in assenza di convivenza coatta, una delle principali fonti di lite nel rapporto a due. Prendete carta e penna e segnate quali sono tutti i passaggi che connotano la vostra giornata tipo: dal rifare i letti al preparare il pranzo, chi apparecchia e chi sparecchia, dalle pulizie alla spesa, agli eventuali compiti dei figli e/o giochi da fare con loro. Non date per scontata qualche attività, mettete per iscritto anche chi deve cambiare il rotolo della carta igienica in bagno. Sembra stupido, ma in una fase di stress e nervosismo (emozioni lecite e normali stante la situazione in cui ci troviamo) anche il rotolo può scatenare discussioni senza fine. Il planning delle attività è un modo per ridurre ai minimi termini tale possibilità.

Imparate a giocare insieme

La situazione che stiamo vivendo risucchia tantissime energie, soprattutto mentali. Distrarsi è un ottimo rigeneratore, specie se le distrazioni sono divertenti. Non s’intende fare qualcosa “da coppia”, ma proprio giocare. Individuate un hobby, un gioco in scatola, il momento di fitness, o i videogiochi, insomma qualcosa che possa essere fatto insieme e che esuli dai compiti di vita quotidiana. Fatto anche solo una volta a settimana, servirà a distendere i nervi e, perchè no, a ritrovare un po’ di complicità. 

Riconoscete il peso emotivo di questo momento con il vostro partner

Sentirsi stanchi, sopraffatti o spaventati davanti a qualcosa di nuovo e poco chiaro è assolutamente normale. Parlare con il proprio partner di come ci sentiamo può, in questi casi, aiutare molto ad alleggerirsi di un peso e a sentirsi meno soli. Scoprire che anche il proprio partner sta convivendo con altrettante emozioni difficili può essere un sollievo reciproco.

La trappola del controllo è dietro l’angolo

Come abbiamo detto sopra, la coppia si compone sia in presenza che in assenza dell’altro. Il lavoro, lo sport, gli amici sono le principali strade che permettono questo equilibrio o, per alcuni, sono vere e proprie “vie di fuga” da una relazione in cui ci si sente invischiati. Il rischio, in questa convivenza coatta, è che si attivino dinamiche di controllo sull’altro proprio in un momento in cui tali restrizioni impongono, al contrario, di lasciarlo libero. Le valvole di sfogo che abbiamo, fondamentali per mantenere viva la socialità e per dare un po’ di respiro alla mente, sono i cellulari: social, messaggi, telefonate rappresentano un sano momento di evasione per chi non può uscire di casa. Evitiamo di diventare paranoici! E, se vi è il sospetto di una relazione extraconiugale, questa è la miglior occasione per risvegliare l’attenzione ed il desiderio del vostro partner.

Fate sesso!

L’isolamento a cui ci costringe la pandemia, se da una parte può condurre alla riscoperta del partner, dall’altra può creare dubbi e incertezze. Un’eventuale ansia da prestazione, oltre alla frustrazione ed all’emotività di questo momento, possono determinare un calo del desiderio e/o problemi di tipo sessuale difficili da gestire, creando ulteriore disagio. In presenza di queste situazioni, parlarne con il partner è fondamentale, permette non solo di alleggerire il problema ma anche di trovare nell’altro un aiuto. Per rinnovare il rapporto è importante “giocare a carte scoperte”. Questa situazione è un’ottima opportunità per ritrovarsi e sperimentarsi in nuove formule e con nuove esperienze. La paura del contagio ed i figli sono solo scuse per eludere l’intimità. Volere è potere, basta creare nuove regole (ad esempio, stabilire che la mamma ed il papà hanno il diritto di chiudersi in camera per parlare) ed il gioco è fatto.

Non imbruttitevi nei vostri pigiami

Siamo costretti in casa, ma non siamo costretti a dimenticarci ciò che abbiamo nell’armadio nè come funziona il phon. La persona più importante della vostra vita è lì con voi e, per quanto vi abbia già visti nelle condizioni peggiori, è importante che possa godere anche della vostra bellezza. Prendersi cura di sè tenendosi in ordine in primis è un ottimo antidoto per affrontare al meglio l’ennesima giornata di reclusione. E’ un modo per sentirsi meglio ed per prendersi cura della propria relazione.

Create degli “spazi” individuali

In apertura abbiamo detto come l’equilibrio di una coppia si fondi tanto sulla presenza quanto sull’assenza dell’altro. La convivenza forzata sembra non offrire più questa possibilità? Sbagliato! Se riusciamo ad organizzare bene il ritmo delle nostre giornate, suddividendo bene il “tempo lavorativo” dal “tempo personale” e distribuendo al meglio i doveri del “tempo personale”, avrete l’opportunità di individuare uno spazio individuale. E’ determinante avere un momento, nell’arco della giornata, in cui “prendere fiato” e pensare a se stessi. Può essere il momento della doccia, della barba, può essere una fascia oraria che concediamo a noi e all’altro in cui dedicarsi a qualcosa di proprio, fosse anche stare seduti sul divano con un calice di vino in solitudine. E, se gli spazi non lo consentono, possiamo puntare la nostra sveglia una mezz’ora prima dell’ora in cui il resto della casa si alza per dedicarci a qualcosa che ci fa star bene, o raggiungere il proprio partner più tardi la sera per avere quello spazio necessario a ciascuno di noi.

La sindrome del carcerato

In questi giorni leggiamo su numerosi articoli (più o meno scientifici) come la nostra attuale condizione di quarantena sia paragonata alla cd. “Sindrome del Carcerato“.

Ma di cosa si tratta? A cosa fa riferimento? Il termine usato racchiude varie forme di disagio, che possono insorgere in tempi diversi della carcerazione e con modalità diverse a seconda delle caratteristiche socio-culturali e personologiche dei soggetti.

In questo articolo presento una sintetica disamina delle varie Sindromi Penitenziarie. Buona lettura!

 

“Il carcere è un momento di vertigine. Tutto si proietta lontano: le persone, i volti, le aspirazioni, i sentimenti, le abitudini, che prima rappresentavano la vita, schizzano all’improvviso da un passato che appare subito remoto, lontanissimo, quasi estraneo” (Ceraudo, 1997)

Con l’ingresso in carcere il soggetto perde il ruolo sociale che prima aveva, viene privato dei suoi effetti personali, di uno spazio personale, della capacità di decidere autonomamente; perde il contatto quotidiano con la famiglia e con gli amici ed inizia a pensare a cosa accade loro mentre lui è lì.

La capacità di stare in carcere non è semplice. Goffman (1961) ha individuato quattro forme di adattamento, tra cui in genere la maggior parte dei detenuti oscilla in una progressione consequenziale.

  1. Adattamento intransigente: il detenuto entra volontariamente in urto con l’istituzione rifiutando qualsiasi forma di collaborazione. Si considera in guerra con essa, partecipa e promuove scioperi, sommosse ed evasioni. Secondo Goffman, si assisterebbe a questo tipo di comportamento in particolar modo durante la fase iniziale e sarebbe una reazione temporanea al primo periodo di reclusione.
  2. Adattamento regressivo: il detenuto concentra la propria attenzione solo su se stesso. Si ritira in un mondo personale, indirizzando le proprie facoltà esclusivamente nel soddisfacimento dei bisogni fisici. Si disinteressa della propria situazione giuridica, ignora i legami col mondo esterno, è profondamente indifferente a quanto avviene intorno a lui. Tende a rifiutare tutte le forme di socialità rinchiudendosi in se stesso e isolandosi quasi completamente dalla vita di relazione dell’Istituto. Il ritiro dalla situazione è di solito causato dalla constatazione della propria impotenza a lottare contro il Sistema.
  3. Adattamento ideologico: il detenuto accetta o finge di accettare senza riserve la condanna inflittagli, comportandosi da “detenuto modello”. Oltre alla condanna accetta o finge di accettare la disciplina carceraria adeguandovisi. E’ in prima linea durante le cerimonie carcerarie, collabora con l’equipe, nei riguardi dei compagni assume l’aspetto dell’uomo rassegnato e tende ad essere di esempio morale.
  4. Adattamento entusiastico: il detenuto accetta completamente la realtà carceraria come unica possibile, costruisce la propria esistenza sulla base della prassi istituzionale, ignorando quasi completamente la vita esterna percepita come pericolosa e quindi temuta.

Sindromi detentive

Il contesto carcerario spesso è una variabile favorevole a rendere il disagio psichico la “miglior soluzione” ad una condizione di vita particolarmente difficile. Numerosi studi hanno rilevato forme morbose psicopatologiche caratterizzate dal legame esistente tra la loro insorgenza e lo stato di detenzione: esistono cioè vere e proprie forme di disagio con sintomi caratteristici che insorgono in individui in detenzione e che non si osservano in altri ambienti. Queste patologie vanno dalla comune reazione ansioso-depressiva sino alla “Sindrome di Ganser”.

Inoltre, durante la detenzione insorgono modificazioni sensoriali:

  • le dimensioni della cella trasformano lo sguardo da “lungo” a “corto” alterando la vista;
  • l’olfatto si anestetizza perchè l’odore del carcere è pesante, stagnante, uniforme;
  • l’udito si acutizza, connettendosi però con l’emozione della paura (il rumore delle sbarre, dei cancelli, delle chiavi, delle grida, dei lamenti) e paradossalmente sopraggiunge la sordità come difesa;
  • la privazione del contatto con vari tipi di materiali (es, vetro, metallo) riduce la gamma tattile.

In carcere la giornata è fortemente ritualizzata, tutto sempre uguale. Col passare del tempo possono emergere alterazioni del linguaggio, del movimento, della sessualità. Inoltre l’isolamento, che si traduce in carenza di interazione tra interno ed esterno e privazione degli stimoli, facilitano il deterioramento mentale.

Le due forme psicopatologiche più note e importanti sono le seguenti.

  • Sindrome di Prisonizzazione

Essa rappresenta ciò che Clemmer (1940) definisce un “processo di erosione dell’individualità” a vantaggio di un progressivo adattamento alla comunità carceraria. La prisonizzazione, in altri termini, si identifica nell’assunzione delle abitudini, usi e costumi dell’esperienza carceraria sull’individuo, attraverso un processo di assimilazione da parte del detenuto delle norme e dei valori che governano ogni aspetto della vita interna al penitenziario. Il soggetto abbandona il suo modo di essere, le sue cose, il suo stile di pensiero e comportamentale: abbandona, cioè, il modo di rappresentarsi a se stesso e agli altri e dovrà ridefinirsi, non solo rispetto a se stesso ma anche verso i nuovi compagni, lasciando spazio alla “discultura” (perdita dei valori che il soggetto aveva prima dell’internamento). Accanto allo sviluppo di nuovi modi di mangiare, vestirsi, parlare, lavorare, si assiste alla divulgazione ed all’assunzione di ideologie diverse, spesso di tipo malavitoso e criminale.

Affinchè l’istituzione penitenziaria riesca a funzionare (soprattutto in termini di ordine e di controllo), si tende a procedere verso un’uniformità degli atteggiamenti e dei comportamenti dei detenuti; i bisogni, i desideri e le esigenze personali del soggetto sono, così, annullati e sostituiti da altri eteroindotti e più coerenti con le finalità della struttura detentiva.

La Sindrome di Prisonizzazione può svilupparsi in modo più o meno intenso a seconda della personalità del soggetto e, soprattutto, a seconda del mantenimento delle relazioni interpersonali con le persone esterne.

  • Sindrome di Ganser

Questa patologia è la più tipica, anche se non così frequente ed esclusiva del regime detentivo.

Si tratta di una forma dissociativa caratterizzata da amnesia per il periodo nel quale si manifestano i sintomi. Si verifica una produzione volontaria di sintomi psicologici che tende al peggioramento quando il paziente è consapevole di essere osservato. Questi sintomi sono:

  • risposte approssimative, alla rovescia o di traverso;
  • alterazione degli stati di coscienza, stati sognanti o crepuscolari;
  • sintomi somatici o di conversione;
  • allucinazioni;
  • amnesia dell’episodio;
  • febbre tifoide o grave trauma emotivo.

Nel contesto penitenziario, quando ci si trova di fronte a tale condizione spesso si procede ad effettuare una diagnosi differenziale con la simulazione, per scongiurare una mistificazione con finalità manipolatorie volte all’ottenimento di benefici.

Attualmente tale Sindrome è inserita nel DSM-5 come “Disturbo Dissociativo con altra specificazione“.

Altre sindromi detentive

  • Sindrome da Innocenza: negazione totale o parziale della propria responsabilità rispetto al reato e/o percezione della pena come troppo grave in relazione al reato; in genere compaiono minimizzazione, razionalizzazione, proiezione.
  • Sindrome dell’Amnistia o della Grazia: convinzione, inadeguata rispetto alla situazione reale, di ottenere una riduzione del periodo di detenzione o addirittura una cancellazione della pena.
  • Sindrome del Guerriero e del Giustiziere: la speranza di uscire viene sostituita con un’affermazione narcisistica di sè attraverso il controllo violento sugli altri o identificandosi con la giustizia, diventando loro stessi giudici ed esecutori delle pene.
  • Sindrome Persecutoria: le particolari condizioni della vita penitenziaria possono essere facilitatori rispetto ad atteggiamento di sospetto e senso di persecuzione da parte di altri detenuti, agenti di custodia, o del sistema-giustizia in generale.

Autolesionismo

Le condotte autolesive nel contesto carcerario possono essere originate da:

  • cause psichiche (ovvero sintomo di un più ampio disagio mentale);
  • cause emotive (atto istintivo di protesta);
  • cause razionali (atto deliberato diretto ad ottenere in modo strumentale un beneficio giudiziario o penitenziario.

A prescindere dall’origine, il comportamento autolesionista rappresenta un gesto disperato finalizzato al sentirsi vivi: il dolore fisico diventa il mezzo di contatto con la realtà ed il corpo, in un luogo ove la mente viene costantemente misconosciuta, è l’unico mezzo preso immediatamente in considerazione. Siamo di fronte a quanto Gonin (1994) descrive come il martirio del corpo incarcerato.

Suicidio

Il suicidio di un detenuto porta con sè caratteristiche ben diverse rispetto all’atto eseguito da un uomo libero: quelli che, per la popolazione “libera” sono frequenti fattori di rischio (precedenti tentativi di suicidio, disturbi psichici, tossicodipendenza, emarginazione sociale) sono molto più rappresentati in quella carceraria.

Come ricorda Ponti (1999), inoltre, detenzione significa isolamento dalla società, lontananza dagli affetti, impatto con i valori della sottocultura violenta dominanti nell’ambiente carcerario.

Talvolta in carcere assistiamo al cosiddetto para-suicidio, che rappresenta il tentativo da parte del soggetto di sopprimersi, ma non riflette la reale volontà di portare a termine il gesto. Esso, di fatto, è un atto strumentale e manipolatorio nei confronti dell’ambiente circostante, al fine di ottenere benefici/vantaggi o di attirare l’attenzione.

Il gesto suicida di un soggetto carcerato può avere vari significati, come sottolinea Baechler (1989):

  • Fuga: il soggetto, attentando alla propria vita, cerca di fuggire da una situazione percepita come insopportabile;
  • Lutto: il soggetto attenta alla propria vita in conseguenza della perdita (reale o immaginaria) di un effettivo elemento della sua personalità o dell’ambiente circostante;
  • Castigo: il soggetto attenta alla propria vita per espiare un errore o una colpa, reale o immaginaria;
  • Delitto: il soggetto attenta alla propria vita per trascinare con sè, nella morte, un’altra persona;
  • Vendetta: il soggetto attenta alla propria vita sia per provocare il rimorso altrui, sia per infliggere all’altro l’infamia della comunità;
  • Richiesta e ricatto: il soggetto attenta alla propria vita per far pressione sull’altro, ricattandolo;
  • Sacrificio e passaggio: il soggetto attenta alla propria vita per raggiungere un valore o una condizione percepita come superiore;
  • Ordalia e gioco: il soggetto attenta alla propria vita per mettere in gioco se stesso, e organizza una sorta di “sfida” al destino, in modo tale da rimettere la scelta tra la propria vita e la morte ad un’entità metafisica.

Vertigine da uscita

Quando il soggetto è in procinto di essere scarcerato, può essere pervaso da stati di ansia e di agitazione psico-motoria, oltre ad una polarizzazione su pensieri di vario genere (difficoltà della vita del mondo esterno, possibilità di reiterare il reato, timore di non essere in grado di tornare alla quotidianità, etc).

Il detenuto che sta per lasciare l’Istituto sperimenta la paura per ciò che possiamo definire “estraniamento“, ovvero l’incapacità di adeguarsi ai mutamenti della vita sociale e di conseguenza ad un nuovo contesto dopo la scarcerazione. Quando i sentimenti di inadeguatezza (rispetto al reinserimento sociale e/o familiare e al ripristino di un ruolo che è stato sospeso per un tempo) raggiungono un grado di angoscia molto alto, i soggetti possono ricorrere a comportamenti autolesivi o a veri e propri tentativi di suicidio.

Alcuni soggetti, la maggior parte di loro anziani, senza famiglia e con scarse possibilità di reinserimento sociale/lavorativo, vivono con particolare sconforto la separazione dall’istituzione che viene percepita, paradossalmente, quale luogo sicuro. Spesso vengono agiti comportamenti tesi a rimandare la scarcerazione.

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In seguito al DPCM dell’08.03.2020, il nostro Ordine Professionale ha invitato tutti noi psicologi operanti nelle zona ad alto rischio di ridurre l’attività “de visu” prediligendo sedute psicologiche e psicoterapeutiche via telefono o con video-chiamate.

In tal senso, ho scelto di sospendere temporaneamente le consulenze in studio, sia giuridiche che cliniche, garantendo comunque il mio servizio attraverso gli strumenti di Skype e Whatsapp.

Per prenotare una consulenza, inviare mail a info@ceciliapecchioli.it o contattare telefonicamente al 3663412005.

In questa situazione difficile per tutti, scegliamo di agire responsabilmente.

Grazie per la collaborazione.

 

La Carta dei Diritti dei Figli nella separazione dei genitori

copertina carta diritti figli separazione

Pochi giorni fa è stata presentata a Roma la “Carta dei Diritti dei Figli nella separazione dei genitori”. A farlo è stata l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza Filomena Albano. Il documento presenta 10 punti fermi che individuano altrettanti diritti di bambini e ragazzi alle prese con un percorso che parte dalla decisione dei genitori di separarsi.

I principi fondanti della Carta sono ispirati alla Convenzione Onu sui diriti dell’infanzia e dell’adolescenza.

Così ha detto l’Autorità garante: “I bambini ed i ragazzi hanno diritto a preservare le relazioni familiari, a non essere separati dai genitori, a mantenere rapporti regolari e frequenti con ciascuno di essi e, soprattutto, ad essere ascoltati su questioni che li riguardano“.

Per la stesura della Carta sono stati ascoltati i ragazzi che fanno parte della Consulta dell’ Agia, oltre ad esperti del settore giuridico, sociale, psicologico e pedagogico.

Il documento sarà inviato alle agenzie educative, ai consultori, ai tribunali, agli ordini professionali ed alle associazioni.

Il documento promuove la centralità dei figli proprio nel momento della crisi di coppia. I genitori, pur se separati, non smettono di essere genitori. Ogni genitore deve poter rappresentare un faro, un riferimento, la prima persona a cui il figlio pensa di rivolgersi in caso di difficoltà e per condividere gioia ed entusiasmo. Affinchè si possano aiutare i figli, bisogna renderli consapevoli che nel cuore e nella testa dei genitori c’è un posto speciale per loro.

Ecco, in sintesi, i 10 punti/diritti presenti nella Carta:

  1. I figli hanno il diritto di continuare ad amare ed essere amati da entrambi i genitori e di mantenere i loro affetti;
  2. I figli hanno il diritto ad essere figli e di vivere la loro età;
  3. I figli hanno il diritto di essere informati ed aiutati a comprendere la separazione dei loro genitori;
  4. I figli hanno il diritto di essere ascoltati e di esprimere i loro sentimenti;
  5. I figli hanno il diritto di non subire pressioni da parte dei genitori e dei parenti;
  6. I figli hanno il diritto che le scelte che li riguardano siano condivise da entrambi i genitori;
  7. I figli hanno il diritto di non essere coinvolti nei conflitti tra i genitori;
  8. I figli hanno il diritto al rispetto dei loro tempi;
  9. I figli hanno il diritto di essere preservati dalle questioni economiche;
  10. I figli hanno il diritto di ricevere spiegazioni sulle decisioni che li riguardano.

La Carta dei Diritti dei Figli nella separazione dei genitori è scaricabile qui 

Scegliete bene il vostro Consulente Tecnico di Parte (CTP)

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In uno dei miei primi articoli ho spiegato quali sono i possibili ruoli dello psicologo in ambito forense ( https://ceciliapecchioli.it/giuridica/il-ruolo-dello-p…ntesto-giuridico/ ).

Vorrei concentrarmi oggi sulla figura del Consulente Tecnico di Parte (CTP) portando all’attenzione un’esigenza che, a mio parere, sta diventando sempre più impellente.

Come sappiamo, il nostro Codice di Procedura Civile prevede che «Il Giudice Istruttore, con l’ordinanza di nomina del consulente, assegna alle parti un termine entro il quale possono nominare, con dichiarazione ricevuta dal cancelliere, un loro consulente tecnico. Il consulente della parte, oltre ad assistere a norma dell’articolo 194 alle operazioni del consulente del giudice, partecipa all’udienza e alla camera di consiglio ogni volta che vi interviene il consulente del giudice, per chiarire e svolgere, con l’autorizzazione del presidente, le sue osservazioni sui risultati delle indagini tecniche.» (art. 201 c.p.c.)

Il CTP, di fatto, non è altro che un libero professionista, di regola operante in un determinato campo tecnico e/o scientifico, al quale una parte in causa -attuale o potenziale- conferisce un incarico peritale in quanto ritiene l’incaricato esperto in uno specifico settore. Non esistono tuttavia particolari preclusioni o indicazioni, nel Codice di Procedura Civile, con riferimento ai CTP, e questo nel corso del tempo ha creato non poche problematiche.

Il Consulente di Parte assume un ruolo fondamentale per la risoluzione di questioni che, sempre più spesso, dipendono da valutazioni di carattere tecnico molto precise, specie quando sono coinvolti dei minori.

A differenza del CTU, che (purtroppo non in tutte le Regioni) prevede un iter formativo ed esperenziale specifico, valutato poi da una apposita Commissione tecnica che approva l’inserimento in un albo dedicato, il CTP non ha regole a cui riferirsi, è lasciato “al caso”.

L’assenza di un protocollo che stabilisca i requisiti per lavorare come CTP ha creato una situazione a dir poco pericolosa, in cui moltissimi colleghi si spacciano esperti essendo “solo” psicologi, e quindi non sanno come muoversi, cosa osservare, cosa contestare, come tutelare il loro cliente e, soprattutto, i minori coinvolti.

Purtroppo, alla leggerezza che molti colleghi dimostrano nel prendere in carico casi per i quali non hanno la dovuta preparazione, si aggiunge la scarsa informazione, che porta il cittadino e/o il legale a scegliere in modo casuale lo psicologo a cui affidare l’incarico, valutandolo in base a conoscenze personali o alla parcella più bassa.

La commistione di questi elementi ha portato, oggi, all’arrivo presso il nostro Ordine di tantissimi esposti a carico di colleghi che hanno svolto attività di CTP senza avere alcuna competenza, ma soprattutto pone i clienti in una condizione di rischo enorme e, purtroppo, a volte anche ad esiti infausti.

Vero è che esistono documenti ufficialmente riconosciuti contenenti “buone prassi” per l’esercizio della professione di psicologo forense, ma questi non sono sufficienti laddove il collega è carente di competenze in materia.

Da anni sostengo la necessità di definire un protocollo che delinei in modo specifico la figura del CTP, alla stregua di quella del CTU: più volte ho portato all’attenzione delle Istituzioni il problema, sottolineando la complessità e la delicatezza di questo lavoro, che è completamente diverso da quello del clinico e richiede necessariamente conoscenze specifiche sulle procedure, sul contesto, sull’operatività.

Nella speranza di trovare la migliore strada per concretizzare la mia proposta tecnica, ritengo doveroso invitare i cittadini e gli avvocati a fare una scelta ponderata dei colleghi a cui affidare un incarico di CTP.

Verificate le competenze del collega che avete individuato. Fatevi inviare il CV, in cui controllare sia la parte formativa (deve esserci almeno un corso in materia di psicologia giuridica) sia la parte esperenziale (chi svolge questa attività, anche se è alle prime armi, ha la possibilità di elencare nel proprio CV i numeri dei procedimenti a cui ha partecipato, anche solo come osservatore o tecnico ausiliario di un CTU o del Tribunale).

Non fatevi abbindolare da parcelle molto basse, il lavoro di CTP ha una durata minima di almeno 3 mesi e si dipana su più livelli di operatività, pertanto è lecito e plausibile che il compenso sia proporzionato all’intensa attività da svolgere.

Non affidatevi a conoscenze trasversali, controllate sempre che anche lo psicologo “amico dell’amico” sia formato in psicologia giuridica.

E, cari colleghi, se volete spendervi in questo settore, formatevi, o quantomeno, fatevi supervisionare da chi ha competenza.

Danno non patrimoniale. Le nuove tabelle del Tribunale di Milano

A Marzo sono state presentate e trasmesse le nuove tabelle dell’Osservatorio sulla Giustizia civile di Milano, a firma del Presidente Damiano Spera e della dott.ssa Elena Riva Crugnola, per il risarcimento del danno non patrimoniale.

La categoria del danno non patrimoniale attiene ad ipotesi di lesione di interessi inerenti alla persona, non connotati da rilevanza economica o da valore scambio ed aventi natura composita, articolandosi in una serie di aspetti (o voci) con funzione meramente descrittiva (danno alla vita di relazione, danno esistenziale, danno biologico, ecc.); ove essi ricorrano cumulativamente occorre, quindi, tenerne conto, in sede di liquidazione del danno, in modo unitario, al fine di evitare duplicazioni risarcitorie, fermo restando, l’obbligo del giudice di considerare tutte le peculiari modalità di atteggiarsi del danno non patrimoniale nel singolo caso, mediante la personalizzazione della liquidazione (Cass. n. 21716/2013; n. 1361/2014; S.U. n. 26972/2008). Non è, pertanto, ammissibile nel nostro ordinamento l’autonoma categoria del “danno esistenziale” in quanto tutti i pregiudizi di carattere non economico, concretamente patiti dalla vittima, rientrano nell’unica fattispecie del “danno non patrimoniale” di cui all’art. 2059 c.c., Tale danno, infatti, in base ad una interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c., costituisce una categoria ampia, comprensiva non solo del c.d. danno morale soggettivo, ma anche di ogni ipotesi in cui si verifichi un’ingiusta lesione di un valore inerente alla persona, dalla quale consegua un pregiudizio non suscettibile di valutazione economica, purché la lesione dell’interesse superi una soglia minima di tollerabilità (imponendo il dovere di solidarietà di cui all’art. 2 Cost., di tollerare le intrusioni minime nella propria sfera personale, derivanti dalla convivenza) e purché il danno non sia futile e, cioè, non consista in meri disagi o fastidi (Cass. n. 26972/2008; n. 4053/2009). … bi-polarità tra danno patrimoniale (art. (2043 c.c.) e danno non patrimoniale (art. 2059 c.c.) e dovendo quest’ultimo essere risarcito non solo nei casi previsti dalla legge ordinaria, ma anche ove ricorra la lesione di valori della persona costituzionalmente protetti cui va riconosciuta la tutela minima risarcitoria (Cass. n. 15022/2005).”

Le tabelle concernono la liquidazione del danno non patrimoniale derivante da lesione della integrità psico-fisica e dalla perdita grave del rapporto parentale oltre ulteriori elaborazioni che stabiliscono criteri orientativi per la liquidazione del danno non patrimoniale da “premorienza” (ovvero danno legato alla effettiva durata della vita), il danno terminale (detto anche danno da lucida agonia), il danno da diffamazione a mezzo stampa e con altri mezzi di comunicazione di massa (danno da lesione dell’immagine della persona) e il danno ex art. 96 c.p.c. terzo comma (danno da lite temeraria).

TABELLE-MILANO-EDIZIONE-2018

Il preludio della separazione

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Vi siete mai domandati come si arriva ad una separazione? Spesso questo momento viene vissuto come un “fulmine a ciel sereno“; in realtà il processo separativo è quasi sempre preceduto da una serie di segnali chiari ed inequivocabili che però non vengono adeguatamente decodificati ed attenzionati dalla coppia.

Continui malumori, prolungati silenzi, liti furibonde, spalle girate nello stesso letto, sono solo alcuni dei segnali che testimoniano la sofferenza di una coppia; ma ci sono i figli, la casa, gli impegni economici che spesso rappresentano la spinta a rimanere insieme, ignorando quel malessere che aleggia dentro e tra i partner.

Si tratta di un malessere cupo, sordo, nutrito da dispetti e disprezzi taciuti, da una sorta di “tristezza sincronizzata” che immobilizza i partner.

La coppia inizia a “perdersi di vista” sul piano affettivo e su quello sessuale: niente più comunicazioni di tipo emozionale ma semplici conversazioni di servizio legate al menage familiare. E il sesso diventa sempre più scadente fino ad esaurirsi del tutto.

I malumori e le insofferenze dilagano in tutte le stanze della vita di coppia e il dialogo diventa sempre più uno strumento punitivo, con contenuti ed intensità aggressivi, toni esacerbati e anche offensivi.

Ed iniziano a cambiare le abitudini della coppia, che piano piano tende a cercare in “altro” una forma di appagamento psico-corporeo alla mancanza dell’amore del proprio partner.

“Altro” può essere il lavoro, un contesto in cui iperinvestire così da avere una sorta di “intimità sostitutiva” anche con connotazioni erotizzate.

“Altro” può essere il mondo virtuale, che spesso diventa una dolce compagnia utile a lenire le frequenti solitudini mascherate, e che conferisce quella illusoria sensazione di potersi sottrarre all’infelicità coniugale.

“Altro” può essere l’alcool, il cibo, l’uso di droghe.

“Altro” può essere una relazione extraconiugale, che sia un’avventura sessuale priva di significato o una vera e propria relazione satellite, comunque un amore parallelo che permette il nutrimento di autostima, narcisismo, psiche e che paradossalmente alimenta la “stabilità di un matrimonio instabile“.

Tante sono oggi le coppie scompaginate sul piano affettivo-emotivo ma tristemente unite” nel silenzio e nella dimensione degli obblighi, che si stordiscono di tanto altro piuttosto che incontrarsi con i loro reali bisogni.

Ma quali sono le reali motivazioni per cui la coppia, già “separanda sul piano psichico“, decide di rimanere insieme?

Il senso del dovere spesso contribuisce a mantenere la coppia unita: evitare un dolore ai figli, una delusione ai propri genitori, incita la coppia alla finzione. Strategie confusive ma funzionali alla recita si intersecano così con elementi di realtà, alimentando il proprio senso di malessere.

Si tratta di una costante lotta tra il principio di piacere e quello del dovere, amplificata e nutrita dalle tante difficoltà del vivere quotidiano.

Ma quando la coppia è diventata il luogo dell’infelicità e del silenzio dei sensi, dell’assenza nella presenza, il principale motivo che spinge a rimanere insieme è uno: la paura della sofferenza.

La fine di un rapporto è uno tra gli eventi più dolorosi e destabilizzanti che l’essere umano possa sperimentare. Si tratta di un vero e proprio lutto in cui ciascun partner non solo perde l’altro ed il mondo costruito insieme, ma perde anche una parte di sè, quella parte della propria identità relativa al vivere in coppia.

Quando due partner decidono di vivere insieme, affrontano una mediazione, un adattamento personale in funzione della vita coniugale. Si inizia, quindi, a condividere la propria quotidianità con un individuo che prima di allora era un perfetto sconosciuto, e questo comporta inevitabilmente non solo una ridefinizione delle proprie abitudini, ma anche una ristrutturazione di personalità.

Separarsi quindi significa soffrire e far soffrire, ma significa anche “destrutturarsi” e ricostruire la propria identità in una nuova prospettiva, fatta di nuove abitudini, di nuovi ritmi, di nuove sfide da affrontare. Significa lasciare il certo per l’incerto, e questo è un altro elemento che genera grande paura nelle persone.

E’ importante sottolineare che spesso molte coppie si formano sulla base di scelte inconsce, spesso non aderenti alla realtà, scelte che soddisfano altri bisogni quali, ad esempio, il bisogno di allontanarsi dalla propria casa, di diventare genitori, ed in questi casi il partner rappresenta solo un mezzo attraverso il quale realizzare i propri desideri.

Altre coppie, invece, si scelgono sperando poi che l’altro magicamente cambi, si modifichi in funzione dell’amore; questo spesso non avviene e l’illusione d’amore si trasforma nel tempo in una catastrofica scoperta di solitudine estrema.

Il malessere che dà inizio al processo separativo comincia più velocemente quando i partners si sono scelti in funzione di “scelte proiettive” e desideri inconsci, ma avviene anche nel momento in cui la fatica del vivere quotidiano e il disinvestimento sul legame d’amore prendono il sopravvento lasciando il rapporto in balia delle intemperie e delle seduzioni della vita.

Affinchè un legame duri, è necessario non smarrire la dimensione della cura, dell’accudimento, della creatività di gioco, della fantasia sessuale, tutte “spezie” necessarie al progetto d’amore.