Convivenza forzata: opportunità o rischio per la coppia?

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La convivenza forzata di queste settimane sta aumentando la probabilità che si slatentizzino verità taciute. La vita di coppia, che duri da poco o da tanto, si costruisce sulla presenza ma anche sull’assenza dell’altro. Sul fare cose insieme e sul farne altre senza la presenza del partner. Sugli spazi condivisi e su quelli privati: zone riservate ove all’altro non è concesso entrare.

La giusta distanza in amore è indispensabile per mantenere un buon equilibrio di coppia, per far sì che la relazione diventi longeva e briosa, oltre che per mantenere il desiderio sessuale.

Un “abuso temporale” dell’altro ed una convivenza forzata potrebbero facilitare liti, scambi efferati, fino a giungere anche a livelli di intolleranza e/o “saturazione psico-fisica”.

Gli spazi condivisi (non tutti possiedono grandi case e ambienti divisibili in base alle cose da fare, al bisogno di solitudine o banalmente all’umore del momento) diventano generatori di tensione e di ansia, la cosiddetta “ansia da condivisione“, rischiosa e frequente tanto quanto quella da separazione.

Divani da condividere per ore, telecomandi contesi, salotti e camere da letto trasformate in uffici da smart-working, pranzi e cene da preparare senza neanche più l’ossigeno di un ristorante nel fine settimana.

La maggior parte delle coppie è abituata a salutarsi al mattino per reincontrarsi alla sera. In questa fase di reclusione forzata i partner, con o senza figli, sono obbligati a ricalibrare i loro ritmi e a misurarsi con l’insidioso “effetto collaterale” della crisi di coppia da convivenza coatta.

Al fine di arginare lo spettro di possibili crisi coniugali, esistono alcuni accorgimenti; resta inplicito che lo “stato di salute” della coppia a fine quarantena dipenderà da come la coppia stessa stava prima di tutto questo. E’ comunque possibile lavorarci così da rendere questo momento un’opportunità di crescita e di consapevolezza.

Condividete i compiti

Al fine di evitare spunti per discussioni e scontri, è fondamentale creare un “planning” di tutte le attività da svolgere, dalle più “grosse” alle più banali. La gestione della casa è, anche in assenza di convivenza coatta, una delle principali fonti di lite nel rapporto a due. Prendete carta e penna e segnate quali sono tutti i passaggi che connotano la vostra giornata tipo: dal rifare i letti al preparare il pranzo, chi apparecchia e chi sparecchia, dalle pulizie alla spesa, agli eventuali compiti dei figli e/o giochi da fare con loro. Non date per scontata qualche attività, mettete per iscritto anche chi deve cambiare il rotolo della carta igienica in bagno. Sembra stupido, ma in una fase di stress e nervosismo (emozioni lecite e normali stante la situazione in cui ci troviamo) anche il rotolo può scatenare discussioni senza fine. Il planning delle attività è un modo per ridurre ai minimi termini tale possibilità.

Imparate a giocare insieme

La situazione che stiamo vivendo risucchia tantissime energie, soprattutto mentali. Distrarsi è un ottimo rigeneratore, specie se le distrazioni sono divertenti. Non s’intende fare qualcosa “da coppia”, ma proprio giocare. Individuate un hobby, un gioco in scatola, il momento di fitness, o i videogiochi, insomma qualcosa che possa essere fatto insieme e che esuli dai compiti di vita quotidiana. Fatto anche solo una volta a settimana, servirà a distendere i nervi e, perchè no, a ritrovare un po’ di complicità. 

Riconoscete il peso emotivo di questo momento con il vostro partner

Sentirsi stanchi, sopraffatti o spaventati davanti a qualcosa di nuovo e poco chiaro è assolutamente normale. Parlare con il proprio partner di come ci sentiamo può, in questi casi, aiutare molto ad alleggerirsi di un peso e a sentirsi meno soli. Scoprire che anche il proprio partner sta convivendo con altrettante emozioni difficili può essere un sollievo reciproco.

La trappola del controllo è dietro l’angolo

Come abbiamo detto sopra, la coppia si compone sia in presenza che in assenza dell’altro. Il lavoro, lo sport, gli amici sono le principali strade che permettono questo equilibrio o, per alcuni, sono vere e proprie “vie di fuga” da una relazione in cui ci si sente invischiati. Il rischio, in questa convivenza coatta, è che si attivino dinamiche di controllo sull’altro proprio in un momento in cui tali restrizioni impongono, al contrario, di lasciarlo libero. Le valvole di sfogo che abbiamo, fondamentali per mantenere viva la socialità e per dare un po’ di respiro alla mente, sono i cellulari: social, messaggi, telefonate rappresentano un sano momento di evasione per chi non può uscire di casa. Evitiamo di diventare paranoici! E, se vi è il sospetto di una relazione extraconiugale, questa è la miglior occasione per risvegliare l’attenzione ed il desiderio del vostro partner.

Fate sesso!

L’isolamento a cui ci costringe la pandemia, se da una parte può condurre alla riscoperta del partner, dall’altra può creare dubbi e incertezze. Un’eventuale ansia da prestazione, oltre alla frustrazione ed all’emotività di questo momento, possono determinare un calo del desiderio e/o problemi di tipo sessuale difficili da gestire, creando ulteriore disagio. In presenza di queste situazioni, parlarne con il partner è fondamentale, permette non solo di alleggerire il problema ma anche di trovare nell’altro un aiuto. Per rinnovare il rapporto è importante “giocare a carte scoperte”. Questa situazione è un’ottima opportunità per ritrovarsi e sperimentarsi in nuove formule e con nuove esperienze. La paura del contagio ed i figli sono solo scuse per eludere l’intimità. Volere è potere, basta creare nuove regole (ad esempio, stabilire che la mamma ed il papà hanno il diritto di chiudersi in camera per parlare) ed il gioco è fatto.

Non imbruttitevi nei vostri pigiami

Siamo costretti in casa, ma non siamo costretti a dimenticarci ciò che abbiamo nell’armadio nè come funziona il phon. La persona più importante della vostra vita è lì con voi e, per quanto vi abbia già visti nelle condizioni peggiori, è importante che possa godere anche della vostra bellezza. Prendersi cura di sè tenendosi in ordine in primis è un ottimo antidoto per affrontare al meglio l’ennesima giornata di reclusione. E’ un modo per sentirsi meglio ed per prendersi cura della propria relazione.

Create degli “spazi” individuali

In apertura abbiamo detto come l’equilibrio di una coppia si fondi tanto sulla presenza quanto sull’assenza dell’altro. La convivenza forzata sembra non offrire più questa possibilità? Sbagliato! Se riusciamo ad organizzare bene il ritmo delle nostre giornate, suddividendo bene il “tempo lavorativo” dal “tempo personale” e distribuendo al meglio i doveri del “tempo personale”, avrete l’opportunità di individuare uno spazio individuale. E’ determinante avere un momento, nell’arco della giornata, in cui “prendere fiato” e pensare a se stessi. Può essere il momento della doccia, della barba, può essere una fascia oraria che concediamo a noi e all’altro in cui dedicarsi a qualcosa di proprio, fosse anche stare seduti sul divano con un calice di vino in solitudine. E, se gli spazi non lo consentono, possiamo puntare la nostra sveglia una mezz’ora prima dell’ora in cui il resto della casa si alza per dedicarci a qualcosa che ci fa star bene, o raggiungere il proprio partner più tardi la sera per avere quello spazio necessario a ciascuno di noi.

La Carta dei Diritti dei Figli nella separazione dei genitori

copertina carta diritti figli separazione

Pochi giorni fa è stata presentata a Roma la “Carta dei Diritti dei Figli nella separazione dei genitori”. A farlo è stata l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza Filomena Albano. Il documento presenta 10 punti fermi che individuano altrettanti diritti di bambini e ragazzi alle prese con un percorso che parte dalla decisione dei genitori di separarsi.

I principi fondanti della Carta sono ispirati alla Convenzione Onu sui diriti dell’infanzia e dell’adolescenza.

Così ha detto l’Autorità garante: “I bambini ed i ragazzi hanno diritto a preservare le relazioni familiari, a non essere separati dai genitori, a mantenere rapporti regolari e frequenti con ciascuno di essi e, soprattutto, ad essere ascoltati su questioni che li riguardano“.

Per la stesura della Carta sono stati ascoltati i ragazzi che fanno parte della Consulta dell’ Agia, oltre ad esperti del settore giuridico, sociale, psicologico e pedagogico.

Il documento sarà inviato alle agenzie educative, ai consultori, ai tribunali, agli ordini professionali ed alle associazioni.

Il documento promuove la centralità dei figli proprio nel momento della crisi di coppia. I genitori, pur se separati, non smettono di essere genitori. Ogni genitore deve poter rappresentare un faro, un riferimento, la prima persona a cui il figlio pensa di rivolgersi in caso di difficoltà e per condividere gioia ed entusiasmo. Affinchè si possano aiutare i figli, bisogna renderli consapevoli che nel cuore e nella testa dei genitori c’è un posto speciale per loro.

Ecco, in sintesi, i 10 punti/diritti presenti nella Carta:

  1. I figli hanno il diritto di continuare ad amare ed essere amati da entrambi i genitori e di mantenere i loro affetti;
  2. I figli hanno il diritto ad essere figli e di vivere la loro età;
  3. I figli hanno il diritto di essere informati ed aiutati a comprendere la separazione dei loro genitori;
  4. I figli hanno il diritto di essere ascoltati e di esprimere i loro sentimenti;
  5. I figli hanno il diritto di non subire pressioni da parte dei genitori e dei parenti;
  6. I figli hanno il diritto che le scelte che li riguardano siano condivise da entrambi i genitori;
  7. I figli hanno il diritto di non essere coinvolti nei conflitti tra i genitori;
  8. I figli hanno il diritto al rispetto dei loro tempi;
  9. I figli hanno il diritto di essere preservati dalle questioni economiche;
  10. I figli hanno il diritto di ricevere spiegazioni sulle decisioni che li riguardano.

La Carta dei Diritti dei Figli nella separazione dei genitori è scaricabile qui 

Maltrattamenti in famiglia: quando diventa reato?

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Subire una violenza all’interno delle mura domestiche – sia che si tratti di violenza fisica che psicologica – è tanto grave che la legge ha voluto prevedere, per questi casi, un apposito reato: quello di maltrattamenti in famiglia. Ma attenzione: non basta un semplice episodio violento per far scattare questo illecito penale: è, invece, necessaria una condotta abituale e ripetuta nel tempo. Vediamo quali sono i presupposti del reato, anche alla luce delle varie pronunce della Cassazione.

Se il singolo episodio violento può integrare il diverso e più lieve reato di violenza privata, per avere il reato di maltrattamenti in famiglia è invece necessario che vi sia una pluralità:

  • di atti lesivi dell’integrità, libertà e decoro della vittima;
  • di atti di disprezzo e umiliazione che offendano la dignità della vittima.

Affinchè si possa procedere per maltrattamenti in famiglia, non è sufficiente il singolo episodio violento, plausibilmente derivabile da situazioni contingenti che possono verificarsi nei rapporti interpersonali di una convivenza familiare.

Anche una serie di litigi tra marito e moglie, degenerati di tanto in tanto in violenze fisiche, non sono condizione sufficiente a far scattare l’ipotesi di reato che, piuttosto, richiede un quadro di sopraffazione sistematica e continua.

Il codice penale stabilisce che chiunque maltratta una persona della famiglia, o un minore degli anni quattordici, o una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da uno a cinque anni.

Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a otto anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a venti anni.

Il delitto comprende tutti quei fatti che possono produrre sofferenze sia fisiche che morali in colui che li subisce e che sono riprovati dalla coscienza pubblica in quanto ritenuti vessatori.

È necessario che nel reo vi sia una grave intenzione di avvilire e sopraffare la vittima: ciò riconduce a unità i vari episodi di aggressione, morale o materiale. Il reato è quindi realizzato da più atti; occorre perciò dimostrare che tutti i singoli fatti sono tra loro connessi e cementati in maniera inscindibile da una volontà unitaria, persistente e volta a una finalità criminosa.

Il delitto si consuma col semplice porre in essere l’azione o l’omissione che rappresenta il primo fatto vessatorio, e perdura fino a che i maltrattamenti non siano cessati. Non è necessario alcun danno.

Secondo la giurisprudenza, il reato si caratterizza infatti per la sussistenza di una serie di episodi, che acquistano rilevanza penale per effetto della loro reiterazione nel tempo. Esso si perfeziona allorché si realizza un minimo di tali condotte (delittuose o meno) collegate da un nesso di abitualità e ciò anche nel caso in cui la serie reiterativa venga interrotta da una sentenza di condanna, o nel caso in cui tra una serie e l’altra, di atti costituenti i maltrattamenti, intercorra un intervallo di tempo sufficiente per ritenerle distinte.

Il reato di maltrattamenti in famiglia scatta non soltanto a seguito di percosse, minacce, ingiurie, privazioni imposte alla vittima, ma anche con atti di scherno, disprezzo, umiliazione e di asservimento idonei a cagionare durevoli sofferenze fisiche, anche solo morali. Lo stato di sofferenza e di umiliazione può derivare, al di là di specifici comportamenti vessatori, anche dal semplice “clima” instaurato all’interno della famiglia o della comunità. È necessario che l’agente eserciti, abitualmente, una forza oppressiva nei confronti di una persona della famiglia mediante l’uso delle più varie forme di violenza fisica o psicologica. È stato recentemente considerato reato di maltrattamenti anche il comportamento del genitore che riesce ad escludere dalla vita del figlio in maniera assoluta l’altra figura genitoriale e ciò anche nel caso in cui il minore non percepisce tali comportamenti come mortificanti o dolorosi.