Sospensione attività in studio

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In seguito al DPCM dell’08.03.2020, il nostro Ordine Professionale ha invitato tutti noi psicologi operanti nelle zona ad alto rischio di ridurre l’attività “de visu” prediligendo sedute psicologiche e psicoterapeutiche via telefono o con video-chiamate.

In tal senso, ho scelto di sospendere temporaneamente le consulenze in studio, sia giuridiche che cliniche, garantendo comunque il mio servizio attraverso gli strumenti di Skype e Whatsapp.

Per prenotare una consulenza, inviare mail a info@ceciliapecchioli.it o contattare telefonicamente al 3663412005.

In questa situazione difficile per tutti, scegliamo di agire responsabilmente.

Grazie per la collaborazione.

 

Il Coordinatore Genitoriale

Il Coordinatore Genitoriale (Co.Ge.) è una nuova figura da poco utilizzata nel nostro Paese, (e ancora priva di una normativa che la regolamenti appieno) nell’ambito delle separazioni e divorzi ad alta conflittualità.

Il Co.Ge. è un professionista avente il compito di monitorare e sorvegliare i comportamenti di quei genitori che, benché dotati di buone capacità educative ed affettive verso la prole, a causa della loro accesa conflittualità , non hanno la giusta lucidità per tutelare il benessere psico-fisico dei loro figli, con il conseguente rischio di arrecare loro gravi disagi e danni evolutivi.

Parliamo quindi di casi in cui, seppur viene mantenuto il regime di affido condiviso, si ritiene necessaria una supervisione definita e scandita nel tempo dei genitori, vigilando sul loro approccio al progetto genitoriale in tutti i suoi aspetti, verificando il rispetto delle condizioni relative ai bisogni educativi dei figli e alle loro esigenze di salute, cura ed assistenza, così da garantire loro una sana crescita psico-affettivo-relazionale.

Il Co.Ge. è un soggetto terzo ed imparziale generalmente nominato dal Giudice che, da un lato, si adopera per evitare conseguenze dannose del conflitto sui figli e, dall’altro, favorisce la cooperazione tra i genitori lavorando su una riduzione dei contrasti.

Si tratta di un approccio professionale strutturato attraverso cui si assistono quei genitori caratterizzati da un elevato grado di ostilità, con il fine di attuare programmi personalizzati di risoluzione dei contrasti e ricostituire una genitorialità responsabile e rispondente alle esigenze della prole.

Possiamo considerare la Coordinazione Genitoriale come un processo di ADR (Alternative Dispute Resolution) che ha come fine primario l’interesse dei minori coinvolti nel conflitto genitoriale: l’intervento, pertanto, verterà e rimarrà sempre centrato sul benessere psico-fisico del bambino a cui deve essere garantita la massima tutela. Il Co.Ge. quindi supporterà i genitori litigiosi per dirimere e superare i contrasti una volta che il giudice abbia disposto i provvedimenti relativi all’affidamento e a tutte le questioni inerenti i minori.

Il Co.Ge. deve essere una figura super partes, quindi non deve aver avuto precedenti rapporti con la coppia genitoriale in qualità di consulente legale, terapeuta, CTP, CTU o mediatore. Potrà dare assistenza al Giudice ma solo nell’ambito del proprio ruolo.

La figura del Co.Ge. si distingue da quella del mediatore familiare in quanto:

  • ha un ruolo attivo di supervisore, moderatore dotato di funzioni di assistenza, controllo ed organizzazione;
  • si cura di seguire e supportare la coppia genitoriale nella fase di esecuzione del programma stabilito, qualunque ne sia la fonte (giudiziale o concordata inter partes).

In genere, la figura del Co.Ge. viene disposta dal Giudice (anche su suggerimento del CTU): in questi casi i suoi poteri derivano direttamente dal provvedimento giudiziario.

E’ possibile, però, che questo incarico derivi dalla sottoscrizione di un libero accordo tra i genitori al fine di dirimere le difficoltà gestionali dei figli scaturenti dall’alto tasso di conflittualità.

Compito del Co.Ge., a prescindere dalla provenienza dell’incarico, è quello di far rispettare il piano genitoriale in tutti i suoi aspetti di fondamentale importanza per la prole, da quelli relativi alla salute, istruzione, educazione sino ad un sano sviluppo psico-socio-affettivo. Nel caso si dovessero ravvisare gravi rischi per i minori (quali violenza, abusi, maltrattamenti, etc), il Co.Ge. dovrà adottare a loro tutela le opportune misure, oltre a segnalare il problema alle Autorità Giudiziarie competenti ed ai Servizi Sociali.

Questa figura nasce negli USA negli anni ’90, e nel 2005 è stata ufficialmente regolamentata grazie alla redazione delle Linee Guida dell’Association of Family and Conciliation Courts (AFCC): si tratta di raccomandazioni e suggerimenti, non regole vincolanti, finalizzate a diffondere buone prassi, competenze e formazione altamente specializzata nel settore. Il Co.Ge., in base a questo documento, ha possibilità di agire in difformità dalle linee guida esclusivamente per motivi giustificati dall’interesse della prole; diversamente, non ha margini di discrezionalità.

In Italia la figura del Co.Ge. ha destato molto interesse e anche un’acceso dibattito a seguito di due importanti provvedimenti che hanno introdotto il supporto del Co.Ge. in casi di genitori molto litigiosi che non riuscivano a mettersi d’accordo sulla gestione dei figli, provocando loro disagi evolutivi.

  1. Decreto del Tribunale di Milano, Sezione IX, del 29.07.2016 (Pres. rel. est. Laura Cosmai):  nel caso in esame due genitori separati non riuscivano a gestire in modo adeguato il rapporto con la figlia minore, che secondo il CTU nominato dal Tribunale, a causa dell’elevata conflittualità genitoriale, era a rischio evolutivo per il suo sviluppo psico-fisico. In particolare, il padre lamentava comportamenti inadeguati da parte della madre, che, a sua volta, aveva richiesto l’affidamento esclusivo della minore; ma il Collegio , all’esito della Consulenza Tecnica d’Ufficio, disponeva l’affidamento condiviso, prevedendo però l’inserimento della figura del Co.Ge. Ed infatti il CTU aveva rilevato che “il migliore regime di affidamento è quello condiviso , in modo da garantire sia al padre che alla madre l’esercizio di una genitorialità completa , anche tenendo conto delle esigenze psicologiche della minore che vanno nel senso di una fruizione adeguata della coppia genitoriale”. Il Collegio aveva evidenziato, a seguito della CTU, che i genitori, nonostante il loro peculiare conflitto , sembrava avessero compreso che bisognava mutare i loro comportamenti a tutela della figlia che aveva diritto ad una “equilibrata crescita psico-fisica”. E pertanto il Tribunale, nella consapevolezza che , malgrado la conflittualità, padre e madre della minore avessero le buone competenze genitoriali e le capacità di comprendere il ruolo decisivo che una buona relazione tra i medesimi avrebbe potuto ricoprire allo scopo di evitare nella minore il rischio evolutivo, sentiti i consulenti, con l’accordo delle parti anche nell’individuazione del professionista, nominava un Co.Ge., quale figura maggiormente idonea a sostenerli nell’attuazione di un progetto di genitorialità condivisa , disponendo che il suo incarico venisse formalizzato con i genitori entro 45 giorni . Nel Decreto vengono indicati in maniera analitica i suoi compiti, tra cui, in particolare, quello di salvaguardare i rapporti tra i genitori e la minore, fornendo le opportune direttive correttive di eventuali comportamenti disfunzionali dei genitori rispetto al progetto di crescita e “autonomizzazione “della figlia dalle figure dei genitori e di coadiuvarli nelle scelte in tema di salute, di educazione della minore e di rispetto del calendario relativo alle modalità dell’esercizio di visita da parte del genitore non collocatario. Veniva stabilita la durata in carica del Coordinatore in due anni , con onere a carico dei genitori del suo compenso.
  2. Decreto del Tribunale di Mantova, I sezione civile, del 5.05.2017, Pres. Est. Bernardi: nell’ambito di una sentenza di separazione , in presenza di genitori molto conflittuali, ha disposto il ricorso alla figura del Co.Ge. con il compito di monitorare lo svolgimento dei rapporti genitori/figli e disporre eventuali correzioni a condotte genitoriali anomale e contrarie ai bisogni della prole. In tale caso il Tribunale disponeva l’affidamento condiviso, rilevando che non sussisteva inidoneità genitoriale che potesse indurre a ricorrere all’affidamento esclusivo, ma esisteva solo una elevata conflittualità . Il Tribunale quindi, aderendo a quanto prospettato dal CTU, nominava un Co.Ge. , con compenso a carico dei genitori , con mandato in scadenza al 31 gennaio 2018 e con il compito di relazionare sulla sua attività al Giudice Tutelare. In particolare, al Co.Ge. veniva affidato l’incarico di coadiuvare i genitori nelle scelte formative dei figli, vigilando sul rispetto del calendario delle visite del padre alla prole e, in caso di disaccordi, di assumere le decisioni opportune a tutela dei minori, nonché di controllare le relazioni genitori /figli al fine di fornire al padre e alla madre le dovute indicazioni correttive di loro comportamenti disfunzionali.

Il preludio della separazione

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Vi siete mai domandati come si arriva ad una separazione? Spesso questo momento viene vissuto come un “fulmine a ciel sereno“; in realtà il processo separativo è quasi sempre preceduto da una serie di segnali chiari ed inequivocabili che però non vengono adeguatamente decodificati ed attenzionati dalla coppia.

Continui malumori, prolungati silenzi, liti furibonde, spalle girate nello stesso letto, sono solo alcuni dei segnali che testimoniano la sofferenza di una coppia; ma ci sono i figli, la casa, gli impegni economici che spesso rappresentano la spinta a rimanere insieme, ignorando quel malessere che aleggia dentro e tra i partner.

Si tratta di un malessere cupo, sordo, nutrito da dispetti e disprezzi taciuti, da una sorta di “tristezza sincronizzata” che immobilizza i partner.

La coppia inizia a “perdersi di vista” sul piano affettivo e su quello sessuale: niente più comunicazioni di tipo emozionale ma semplici conversazioni di servizio legate al menage familiare. E il sesso diventa sempre più scadente fino ad esaurirsi del tutto.

I malumori e le insofferenze dilagano in tutte le stanze della vita di coppia e il dialogo diventa sempre più uno strumento punitivo, con contenuti ed intensità aggressivi, toni esacerbati e anche offensivi.

Ed iniziano a cambiare le abitudini della coppia, che piano piano tende a cercare in “altro” una forma di appagamento psico-corporeo alla mancanza dell’amore del proprio partner.

“Altro” può essere il lavoro, un contesto in cui iperinvestire così da avere una sorta di “intimità sostitutiva” anche con connotazioni erotizzate.

“Altro” può essere il mondo virtuale, che spesso diventa una dolce compagnia utile a lenire le frequenti solitudini mascherate, e che conferisce quella illusoria sensazione di potersi sottrarre all’infelicità coniugale.

“Altro” può essere l’alcool, il cibo, l’uso di droghe.

“Altro” può essere una relazione extraconiugale, che sia un’avventura sessuale priva di significato o una vera e propria relazione satellite, comunque un amore parallelo che permette il nutrimento di autostima, narcisismo, psiche e che paradossalmente alimenta la “stabilità di un matrimonio instabile“.

Tante sono oggi le coppie scompaginate sul piano affettivo-emotivo ma tristemente unite” nel silenzio e nella dimensione degli obblighi, che si stordiscono di tanto altro piuttosto che incontrarsi con i loro reali bisogni.

Ma quali sono le reali motivazioni per cui la coppia, già “separanda sul piano psichico“, decide di rimanere insieme?

Il senso del dovere spesso contribuisce a mantenere la coppia unita: evitare un dolore ai figli, una delusione ai propri genitori, incita la coppia alla finzione. Strategie confusive ma funzionali alla recita si intersecano così con elementi di realtà, alimentando il proprio senso di malessere.

Si tratta di una costante lotta tra il principio di piacere e quello del dovere, amplificata e nutrita dalle tante difficoltà del vivere quotidiano.

Ma quando la coppia è diventata il luogo dell’infelicità e del silenzio dei sensi, dell’assenza nella presenza, il principale motivo che spinge a rimanere insieme è uno: la paura della sofferenza.

La fine di un rapporto è uno tra gli eventi più dolorosi e destabilizzanti che l’essere umano possa sperimentare. Si tratta di un vero e proprio lutto in cui ciascun partner non solo perde l’altro ed il mondo costruito insieme, ma perde anche una parte di sè, quella parte della propria identità relativa al vivere in coppia.

Quando due partner decidono di vivere insieme, affrontano una mediazione, un adattamento personale in funzione della vita coniugale. Si inizia, quindi, a condividere la propria quotidianità con un individuo che prima di allora era un perfetto sconosciuto, e questo comporta inevitabilmente non solo una ridefinizione delle proprie abitudini, ma anche una ristrutturazione di personalità.

Separarsi quindi significa soffrire e far soffrire, ma significa anche “destrutturarsi” e ricostruire la propria identità in una nuova prospettiva, fatta di nuove abitudini, di nuovi ritmi, di nuove sfide da affrontare. Significa lasciare il certo per l’incerto, e questo è un altro elemento che genera grande paura nelle persone.

E’ importante sottolineare che spesso molte coppie si formano sulla base di scelte inconsce, spesso non aderenti alla realtà, scelte che soddisfano altri bisogni quali, ad esempio, il bisogno di allontanarsi dalla propria casa, di diventare genitori, ed in questi casi il partner rappresenta solo un mezzo attraverso il quale realizzare i propri desideri.

Altre coppie, invece, si scelgono sperando poi che l’altro magicamente cambi, si modifichi in funzione dell’amore; questo spesso non avviene e l’illusione d’amore si trasforma nel tempo in una catastrofica scoperta di solitudine estrema.

Il malessere che dà inizio al processo separativo comincia più velocemente quando i partners si sono scelti in funzione di “scelte proiettive” e desideri inconsci, ma avviene anche nel momento in cui la fatica del vivere quotidiano e il disinvestimento sul legame d’amore prendono il sopravvento lasciando il rapporto in balia delle intemperie e delle seduzioni della vita.

Affinchè un legame duri, è necessario non smarrire la dimensione della cura, dell’accudimento, della creatività di gioco, della fantasia sessuale, tutte “spezie” necessarie al progetto d’amore. 

La Coordinazione Genitoriale

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La Coordinazione Genitoriale è un nuovo strumento per la risoluzione alternativa delle controversie che sta trovando sempre più ampia applicazione nei Tribunali italiani.

Nonostante la sua recente introduzione, questo strumento ha già messo in risalto una quantità notevole di sostanziali aspetti tali da far ritenere utile la proposizione di un plausibile modello che, sulla base di considerazioni ispirate alla logica e alla funzionalità, potrebbe rappresentare un contributo all’unificazione delle prassi.

Come funziona, di fatto, lo strumento della Coordinazione Genitoriale?

Sono ancora in fase di definizione alcuni aspetti procedurali, come il ruolo del coordinatore entro il processo, i suoi poteri, la sua partecipazione nella stesua del piano genitoriale, i requisiti di ammissione alla professione, la gratuità o meno dello strumento, il grado di segretezza o riservatezza alla quale si è tenuti e via discorrendo.

Tuttavia, possiamo già inquadrare la Coordinazione Genitoriale in una serie di step di seguito presentati.

La Fase preliminare

In linea di massima il Tribunale ha il compito di istituire uno sportello informativo, gestito da una struttura pubblica o convenzionata, collegato a servizi di mediazione familiare e coordinazione.

Il Giudice valuta i ricorsi prima dell’udienza presidenziale e, in sede di udienza, applica l’art. 337  octies c.c. (“Poteri del giudice e ascolto del minore”: Prima dell’emanazione, anche in via provvisoria, dei provvedimenti di cui all’articolo 337-ter, il giudice può assumere, ad istanza di parte o d’ufficio, mezzi di prova. Il giudice dispone, inoltre, l’ascolto del figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di età inferiore ove capace di discernimento. Nei procedimenti in cui si omologa o si prende atto di un accordo dei genitori, relativo alle condizioni di affidamento dei figli, il giudice non procede all’ascolto se in contrasto con l’interesse del minore o manifestamente superfluo. Qualora ne ravvisi l’opportunità, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso, può rinviare l’adozione dei provvedimenti di cui all’articolo 337 ter per consentire che i coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo, con particolare riferimento alla tutela dell’interesse morale e materiale dei figli.), se il disaccordo appare non risolvibile in quella sede.

La coppia può accettare o meno di andare in mediazione. Nel caso in cui accetti, i possibili risvolti sono:

  • la mediazione ha successo → si omologa l’accordo e il procedimento si conclude;
  • la mediazione fallisce.

Nel caso in cui la coppia non accetta di andare in mediazione, o in caso di fallimento della stessa, il Giudice ha la facoltà di chiedere l’elaborazione di un Piano Genitoriale (PG) che può essere costruito in modo congiunto o individuale, con l’ausilio degli operatori dello sportello.

Al Giudice, quindi, può arrivare:

  • un PG congiunto;
  • un singolo PG elaborato da un solo membro della coppia;
  • nessun PG;
  • un PG congiunto ma inaccettabile perchè, ad esempio, non rispetta i diritti della prole.

Il Giudice può adottare i seguenti provvedimenti:

  • approvare o modificare il PG congiunto o singolo;
  • elaborare, con l’ausilio dell’operatore, un valido PG qualora non fosse pervenuto o risultasse inaccettabile.

2. Fase introduttiva alla coordinazione genitoriale: investitura del Coordinatore Genitoriale

Come abbiamo visto, il Giudice può segnalare alle parti la necessità di giovarsi di una Coordinazione Genitoriale. La coppia può o accettare concordando a chi rivolgersi (può attingere al servizio pubblico o individuare un Coordinatore Genitoriale privato, accollandosene i relativi costi) oppure può subire la decisione del Giudice senza condividerla.

Il Coordinatore Genitoriale nominato, o del servizio pubblico o privato, assisterà la coppia nella costruzione del Piano Genitoriale che verrà poi trasfuso nel provvedimento o allegato nell’ordinanza del Giudice.

3. Fase applicativa

La provenienza dell’incarico al Coordinatore Genitoriale (o nominato dal Giudice o individuato dalle parti) può modificare alcuni aspetti secondari e formali della sua attività, nel senso che in sede contrattuale possono essere convenute, ad integrazione dei Piano Genitoriale, alcune regole specifiche. In atri termini, se la coppia non ha aderito spontaneamente alla Coordinazione Genitoriale (perchè, ad esempio, suggerita al Giudice dal CTU), e si trova quindi a dover attuare un Piano Genitoriale che non ha personalmente elaborato ma ha ricevuto ex novo all’interno dell’ordinanza del Giudice, i contenuti dello stesso non saranno, con tutta probabilità, adeguati alle aspirazioni di ognuno.

Il Coordinatore Genitoriale può essere chiamato ad intervenire sia in fase istruttoria (dopo i provvedimenti provvisori ex art. 337 ter c.c.) sia al termine del procedimento giudiziale.

La durata dell’intervento, che ha il senso di accompagnare e sostenere la coppia fino al raggiungimento della capacità di autogestione, non è predeterminata ma, a partire da un minimo di 6 mesi, può essere rinnovata entro i limiti indicati nella nomina del Giudice o entro quelli previsti nel contratto.

Il Coordinatore Genitoriale assicura il rispetto del Piano Genitoriale, dandone alle parti l’interpretazione autentica. Può, inoltre, decidere su aspetti secondari, soprattutto se non considerati nel Piano Genitoriale, mentre sugli aspetti principali che risultino disciplinati in modo inidoneo, può segnalare gli inconvenienti al Giudice chiedendone la relativa modifica.

Gli accordi stabiliti con le parti nel contratto non possono porre limiti alle possibilità di intervento del Coordinatore Genitoriale che confliggano con i suoi doveri istituzionali, derivanti dal provvedimento di incarico.

Oltre ad avere accesso integrale alla documentazione completa relativa al caso, il Coordinatore Genitoriale ha il titolo per interagire con tutti i soggetti coinvolti a vario titolo, coordinandosi con gli stessi. Quindi, oltre ai Servizi e all’eventuale CTU, può interagire con figli, parenti, nuovi partner, insegnanti, terapeuti etc.

La Coordinazione Genitoriale non è un processo riservato sia per le comunicazioni tra le parti ed i loro figli verso il Coordinatore Genitoriale, sia per le comunicazioni tra il Coordinatore e le altre parti rilevanti per il processo, o per le comunicazioni con il Tribunale. Sia il Coordinatore Genitoriale che le parti potranno testimoniare in merito a circostanze emerse nell’ambito della Coordinazione Genitoriale nel caso in cui la testimonianza o la prova risultassero necessarie ai sensi della legge o siano richieste dal Giudice.

Nel caso in cui il Coordinatore Genitoriale sia stato nominato dalle parti, anche una sola di esse ha facoltà di congedarlo qualora non sia soddisfatta della sua gestione dell’incarico, fermo restando che ciò non mette fine alla coordinazione stessa, in quanto recepita dal Giudice. Si procede, in quei casi, a nomina di un altro Coordinatore Genitoriale. La contestazione deve, in ogni caso, essere segnalata al Giudice dalla parte interessata, il quale ne valuta le relative motivazioni.

A seconda del tipo di violazione, il Coordinatore Genitoriale segnala l’accaduto al Giudice del procedimento, al Giudice Tutelare, alla Procura presso il Tribunale per i Minorenni, alla Questura o ai Servizi Sociali. A seguito di ciò, ha facoltà di rimettere il mandato al Giudice o di ritenere risolto il contratto.

Un Coordinatore Genitoriale non può operare all’interno di ruoli multipli che possano creare conflitti anche solo di tipo deontologico.

Affido Super Esclusivo: la sentenza del Tribunale di Roma

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La prima sezione civile del Tribunale di Roma, con decreto del 16 giugno 2017, ha disposto l’affidamento super esclusivo della prole al genitore idoneo, attesa l’inadeguatezza molto grave dell’altro ad esercitare le funzioni genitoriali.

In questo caso il Tribunale ha affidato in via esclusiva i figli alla madre , attribuendole l’esercizio esclusivo della responsabilità genitoriale per tutte le questioni più importanti pertinenti alla prole – quali salute, educazione, istruzione, determinazione della residenza abituale – da assumersi tenendo nel dovuto conto la capacità, le aspirazioni e le inclinazioni naturali dei figli, anche pertanto senza il consenso del genitore “inidoneo”.

Nel caso in esame si era instaurata una vertenza tra due ex conviventi . In particolare aveva promosso il giudizio l’ex compagna, facendo rilevare che la relazione era cessata per i comportamenti molto violenti del convivente, che, tra l’altro, era un padre totalmente assente e irresponsabile verso i doveri di assistenza e cura relativi alla prole. Pertanto la ricorrente chiedeva l’affidamento esclusivo della figlia e che si ponesse a carico del padre un assegno per contribuire al suo mantenimento .

Dall’istruttoria espletata si accertava che il padre era un uomo molto violento, irresponsabile , dedito alla droga e una persona che trascurava totalmente i doveri spettanti ad un genitore . Si appurava infatti che era solamente la madre ad occuparsi e a prendersi cura della figlia.

Data la grave e delicata situazione, onde tutelare la minore da un padre violento e abituale assuntore di sostanze stupefacenti , si disponeva l’affidamento super esclusivo della minore alla madre; inoltre, si disponeva che gli incontri padre-figlia dovessero effettuarsi in presenza dei Servizi Sociali e organizzati in spazio neutro solo se ritenuti conformi all’interesse preminente della minore.

Ricordo che l’art. 337 quater del codice civile recita così “il genitore cui sono affidati i figli in via esclusiva, salva diversa disposizione del giudice, ha l’esercizio esclusivo della responsabilità genitoriale su di essi, egli deve attenersi alle condizioni determinate dal giudice. Salvo che non sia diversamente stabilito, le decisioni di maggiore interesse per i figli sono adottate da entrambi i genitori. Il genitore cui i figli non sono affidati ha il diritto ed il dovere di vigilare sulla loro istruzione ed educazione e può ricorrere al giudice quando ritenga che non siano state assunte decisioni pregiudizievoli per il loro interesse”.

Ma i giudici devono sempre orientare le loro decisioni nel pieno interesse e tutela dei diritti della prole: pertanto si giunge ad un affidamento monogenitoriale blindato ex art. 337 quater comma terzo solo nei casi in cui gravissima è l’inadeguatezza di uno dei due genitori e si deve tutelare una sana e serena crescita psicofisica della prole.

Ricordo che uno dei primi provvedimenti con cui è stato disposto tale tipo di affidamento è stata l’Ordinanza del Tribunale di Milano del 20 marzo 2014 , che dispose l’affidamento super esclusivo del figlio alla madre onde scongiurare che tutte le scelte importanti che riguardavano la vita del minore in tenera età fossero di fatto inibite dal totale disinteresse del padre per la propria famiglia.

Da citare ancora il decreto del Tribunale di Cosenza del luglio 2015 n. 778, con cui si dispose l’affidamento super esclusivo dei figli al padre , in quanto la madre era risultata gravemente inidonea all’esercizio della responsabilità genitoriale, per la sua personalità “prevaricatrice e manipolativa”, risultando dall’istruttoria di avere manipolato i due minori, allontanandoli fisicamente e psicologicamente dal padre, verso cui ostentavano plateali manifestazioni di rifiuto e negazione.